Help me (di Carmelo Molfetta)

Mi consegna il verbale delle dichiarazioni che ha rilasciato guardandomi con gli occhi di chi sta per annegare.

Per lui sono l’ultima possibilità di salvarsi: per lui sono come quell’asse galleggiante in mezzo al mare cui aggrapparsi.

Scorro velocemente i fogli e leggo che ha confermato di chiamarsi come domandato e di essere nato nel 1991.

Un giovane poco più che ventenne!

L’interrogatorio si è svolto con tutte le garanzie. E’ stato ascoltato alla presenza di un interprete di lingua “pular”; l’ufficiale ha verificato che si intendessero tra loro lasciando che si scambiassero per qualche minuto veloci informazioni.

Le domande sono di routine. Leggo la decisione presa dalla “Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale”: “ La Commissione decide di non riconoscere la protezione internazionale”.

I fatti raccontati dal giovane africano rappresentano circostanze non comprese tra quelle che consentono il riconoscimento di protezione internazionale.

Ed ora che si fa!

Glielo spiego ma non mi capisce. Ma mi guarda ed intuisce: “help me” mi dice!

Si vede che il mio volto si era espresso meglio delle mie parole.

Ha imparato la parola “lavoro” e mi dice in modo stentato ed approssimativo: “io …lavoro”.

Me lo dice girando le mani mostrandomene il palmo.

Il linguaggio dei segni funziona meglio delle parole!

All’inizio degli anni “50” il flusso migratorio verso la Germania in via di ricostruzione dopo i disastri della guerra, si svolse in modo controllato. Tra gli altri passaggi erano previsti i cosiddetti “centri di raccolta”. Tra questi quello di Verona. Lì mio padre insieme ad altri suoi amici si sottopose agli esami clinici richiesti tra cui quello delle urine. Un suo amico aveva qualche problema e, mostrando il contenitore, gli chiese: “falla anche per me”.

Entrambi andarono a lavorare in Germania per farne, insieme a milioni di altri italiani, turchi, spagnoli, la potenza di oggi: con il piscio taroccato!

E allora leggo il verbale.

D: quando è entrato in Italia?

R: nel 2014;

D: qual è il suo paese di origine?

R: ……

D: ha la cittadinanza di questo paese?

R: si

D:quando ha lasciato il paese di origine?

R: nel 2012;

D: è stato il suo primo viaggio fuori dal suo paese?

R:si

D:può descrivere cortesemente il suo viaggio?

R: dal ….sono andato nel Mali per circa 1 mese, poi sono stato in Burkina Fasso per 2 mesi, poi in Niger per 3 mesi, poi in Libia dove sono arrivato nel febbraio 2013 dove sono rimasto sino a quando sono partito per l’Italia.

L’ufficiale gli chiede notizie più precise sul suo paese di origine.

R: non so dire quanti abitanti ha il mio villaggio, posso dire che è formato da otto case.

D: quale è il suo livello di istruzione;

R: ho solo studiato per pochi mesi il pular quando avevo 11 anni e il maestro insegnava sotto un albero tutti i giorni tranne il venerdì. Non so né leggere né scrivere.

D: nel suo villaggio (l’ufficiale si rivolge al giovane africano correttamente con il lei) dopo che ha lasciato gli studi, la scuola ha continuato a funzionare?

R: dopo un anno il maestro non è più venuto perché i bambini non volevano più andare a scuola e le famiglie non considerano gli studi.

Seguono altre domande sulla composizione della famiglia, sulle condizioni economiche – povere dice il giovane- .

  1. E’ mai stato arrestato o detenuto? E se si per quale motivi.

R: si in Libia perché ero senza documenti.

D: in che modo è stato trattato in detenzione?

R: non avevo soldi per pagare la mia libertà e sono rimasto in carcere dove mangiavo per giorni alterni e mi bastonavano non so dire quanti colpi davano. Loro bastonavano se alla richiesta di soldi per uscire rispondevo che non ne avevo.

D: come è tornato in libertà?

R: sono fuggito (evviva) perché ogni giorno svolgevo dei lavori di pulizia e portavo la spazzatura fuori a versarli nei cassonetti, in una occasione sono uscito per il servizio e non sono più rientrato.

Depurato da ogni altro elemento identificativo del giovane africano, compresi quelli che riguardano le cause personali che lo hanno portato alla fuga dal suo paese d’origine, questo è il fedele resoconto di un dramma di una persona, come altre migliaia che si illudono di trovare da noi il loro paradiso.

Mostrandomi il palmo delle mani callose e guardandomi fisso negli occhi mi ha chiesto: help me! Io …lavoro”.

La legge non gli consente di ottenere la protezione internazionale: il suo destino è segnato!

Mesagne 5 luglio 2015

Carmelo Molfetta

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