Leggende popolari salentine: "La Signura Leta" di Marcello Ignone

Secondo un’antica leggenda mesagnese, diffusa in molte altre località del Salento anche se con nomi diversi, la Signura Leta sarebbe un fantasma di donna che dimorerebbe in antichi e decrepiti fabbricati di campagna.

     Un tempo, in verità non molto lontano perché lu cuntu era ancora raccontato negli anni Sessanta, si riteneva che abitasse la masseria Mucchio ma anche altre vecchie case di campagna andavano bene e la nostra Signura Leta era avvistata o aveva la residenza in molti posti, funzionando sia da spauracchio in campagna per “visitatori” inopportuni, sia per incutere paura a bambini  un po’ troppo vispi.

     Dove e come nasce questa leggenda ? Chi era questa Signura Leta ? Come ci è stato tramandato il cuntu e perché?

     Il cuntu non ci interessa solamente per gli aspetti demologici e contenutistici, ma anche per quelli formali, tenendo presente che ci è stato tramandato oralmente per molto tempo e solo da poco codificato per iscritto.

 

     Il termine Leta non è mesagnese e non appartiene al nostro dialetto;  Leta è sicuramente accostabile al termine dialettale salentino, in particolare leccese, Ledu, che vuol dire laido, sporco, brutto e a sua volta derivato dall’antico termine francese laid, che vuol dire laido, sudicio e usato, per estensione,  per indicare qualcosa che suscitava ribrezzo . Scarsa cavalleria dei nostri avi o più semplicemente paura di una defunta inquieta?

      La leggenda è presto detta.

      Un tempo, non sappiamo quando ma non tarderemo a scoprirlo, una giovane donna di Mesagne (l’origine è chiaramente diversa di paese in paese) era innamorata di un bel giovane del posto, che ricambiava. Il loro amore, come spesso accadeva (e in onore delle leggi che regolano la narrazione), era però contrastato dai fratelli della donna che ostinatamente si opponevano al matrimonio dei due giovani innamorati.

     Non ci è dato sapere se i due giovani avessero dei genitori e se in particolare li avesse la donna; si intuisce che la giovane dovesse essere sotto la tutela dei fratelli più grandi.

     I due giovani pensarono di porre gli ostinati fratelli di fronte al fatto compiuto  attuando una fuga d’amore e rifugiandosi in una casa di campagna.

     I fratelli non sopportarono l’offesa e le inevitabili dicerie dei paesani e decisero di scovare i due giovani per dar loro una solenne punizione e lavare così l’offesa arrecata al nome dalla sorella. Cercarono in molte case di campagna e alla fine i terribili fratelli scoprirono il rifugio dei due giovani amanti e vi si recarono con intenzioni omicide. I due giovani, forse avvertiti o accortisi dell’arrivo dei fratelli di lei ed intuite le reali intenzioni, tentarono di nascondersi.

    Qui la leggenda popolare mesagnese tralascia di  raccontare del giovane. In alcune varianti di paesi limitrofi il giovane amante fu subito ucciso dai malvagi fratelli di lei, mentre con coraggio tentava di difendere la sua donna; in altre, invece, il giovane fa la stessa fine dell’amante.

    La povera donna, comunque, spaventata e sorpresa di tanta malvagità cercò di trovare rifugio nel forno adiacente all’abitazione, per evitare che i fratelli la uccidessero. Nella fretta però la giovane donna perse una scarpa che non riuscì a raccogliere per l’arrivo improvviso dei fratelli. La vicinanza della calzatura al forno fece capire ai fratelli dove si era nascosta la donna. Pensarono allora di appiccare il fuoco alle fascine, alli sarcini, che copiose ostruivano il forno e dietro le quali la donna aveva trovato rifugio. Forse i fratelli volevano indurre la sfortunata sorella ad uscire o forse avevano realmente intenzione di punirla in modo atroce. Fatto fu che la giovane morì arsa viva, gridando tutta la sua disperazione e maledicendo i suoi empi fratelli.

     Il suo fantasma, vestito, com’è logico aspettarsi in questi casi, di bianco (in alcuni varianti con l’abito da sposa) e con una sola scarpa sarebbe apparso a molti, specialmente durante alcune “particolari “ notti e in fabbricati abbandonati di campagna.

     Secondo quanto raccontato dai malcapitati spettatori, il fantasma era solito mostrarsi affacciato ad una finestra mentre il suo bianco spettrale illuminava la notte. La Signura Leta si manifestava sempre per terrorizzare e da ciò, forse, l’appellativo chiarito precedentemente.

     Alcuni scrittori locali hanno in vario modo congetturato su questa leggenda con esiti incerti, come nel caso dello Scoditti che in un suo dattiloscritto, La Masseria Mucchio e la leggenda della Signura Leta in Mesagne, del dicembre 1957, fatto circolare anonimo, dopo aver dissertato sulle origini della masseria Mucchio, da lui fatta risalire agli anni 1830-35, parla della leggenda della Signura Leta, dal momento che la leggenda popolare  mesagnese indicava proprio questa masseria come dimora abituale del fantasma.

      Lo Scoditti congettura che “tale credenza derivi dagli Dei Lari dell’antica religione pagana, i quali abitavano le case, le campagne, i crocicchi, le strade, ecc.”. Accosta il nome Leta,  traendone  l’etimo dal Vocabolario dei dialetti salentini, Monaco 1956, alla bruttezza e alla paura e quindi  la Signura Leta  “non può non essere una signora brutta, cioè cattiva”.

     La bruttezza è, per lo Scoditti, sinonimo di cattiveria e non lo sfiora nemmeno che la spiegazione più semplice è in realtà la più veritiera: la Signura Leta era un fantasma e del resto nella leggenda popolare e non solo mesagnese, si parla del colore “bianco” che è da tempo immemorabile simbolo di morte. Nel congetturare poi la nascita di tale leggenda, fa dipendere il cunto dall’esistenza dei fabbricati della masseria Mucchio collocandola dopo gli anni 1830-35 e prima delle nascite del... padre e delle sorelle, avvenute tra il 1849 e il 1858.

     Insomma la leggenda, a parere dello Scoditti, sarebbe nata e si sarebbe diffusa tra il 1830 e il 1858. Successivamente si pone dei dubbi: come può una leggenda diffondersi in così breve spazio di tempo?

     Lo spazio geografico non lo preoccupa minimamente e quindi colloca tale leggenda “nel 17° secolo o nel 18° secolo”, ma solo perché altri fabbricati erano in precedenza esistiti e poi crollati in quel podere.

     L’importanza dei fabbricati, sui quali c’è una lunga disquisizione, è tale per il nostro cultore locale che addirittura tale leggenda si è propagata e, diciamo così, ha preso piede a Mesagne, proprio per l’esistenza di tali fabbricati, anche se precedentemente aveva affermato che i mesagnesi erano soliti far dimorare la povera Signura Leta  in “fabbricati vecchi e disabitati di campagna”, uno dei quali è collocato dallo stesso Scoditti in contrada Fisica.

     Ma la ciliegina è come al solito alla fine: lo Scoditti non si sente di escludere che tale leggenda “possa essere stata creata appositamente da qualcuno. Una volta infatti tanti anni fà (l’accento è dello Scoditti), ho sentito raccontare che un tale di condizioni elevati (!) teneva al Mucchio una sua amante; e che per tenere lontana da essa quanta gente più possibile (!) o perché geloso o per evitare che la donna fosse identificata, avrebbe creata (!) e messo in giro la leggenda”.

     La leggenda della Signura Leta sarebbe quindi nata come spauracchio per coprire avventure adulterine. E nel resto del Salento? E le varianti, alcune delle quali proposte dallo stesso Scoditti?

     In realtà questa leggenda ha una origine “colta” e la nostra Mesagne c’entra poco o nulla, come spesso accade a molte “nostre” tradizioni popolari.

     Essa è un esempio non raro di letteratura colta divenuto poi patrimonio dell’intero popolo nei secoli successivi alla sua origine, che spesso ha chiara paternità.

     Talvolta più archetipi se non addirittura, come nel caso della Signura Leta, fatti di cronaca realmente accaduti nel Medioevo o in evo moderno, possono aver dato origine al cunto.

     Più plausibile è però far risalire la leggenda a racconti o novelle medievali. Ad esempio  alcuni punti di contatto si possono notare con alcune novelle del  Decamerone del Boccaccio. Molte le analogie con la novella quinta della giornata quarta e con la novella sesta della giornata quinta.

      È acclamato che alcune novelle del Boccaccio rimarcano l’esemplarità di certe figure, anche femminili, e che nell’opera è presente anche  “una dimensione occulta e funebre, allucinata e quasi diabolica”, inoltre le novelle “fanno riferimento a personaggi e situazioni notissimi ai lettori del tempo” (Ferroni).

      Nella prima novella citata il Boccaccio racconta  di Isabetta e del suo grande amore per un giovane, anche costui morto ammazzato dai fratelli della donna. Il giovane appare in sogno ad Isabetta e le indica dove è sepolto. Lei lo dissotterra, ne prende la testa e la pone in un vaso ricoprendola poi di terra nella quale fa crescere del basilico. Sul vaso Isabetta piange per molto tempo. I fratelli però scoprono tutto e sottraggono il vaso alla povera donna che ne muore.

      La vicenda narrata dal Boccaccio in questa novella, che per inciso è una delle poche in cui il grande novelliere fiorentino appare commosso, a tal punto da usare parole gentili e dolorose, segno di partecipazione profonda alla vicenda,  potrebbe realmente essere accaduta tanto che il Boccaccio condanna senza mezzi termini i terribili fratelli di Isotta e dichiara apertamente tutto il suo orrore di fronte allo spietato gesto.

      Primo elemento comune con la Signura Leta è la spietata crudeltà dei fratelli della giovane innamorata. Questi spietati moralisti hanno a cuore solo meschine preoccupazioni sociali : si preoccupano soltanto dell’infamia  provocata dalla sorella, pensano che è obbligatorio vendicarsi per lavare dal viso la vergogna e perciò non esitano ad uccidere sia il giovane amante e, nel Boccaccio indirettamente, anche la giovane sorella, senza rispetto né dei suoi sentimenti né della sua felicità.

      Un altro elemento comune è l’amore della giovane per il suo amante e in difesa di questo amore e contro un bigottismo colpevole il Boccaccio grida tutto il suo sdegno.

      Nel Decamerone la ragazza è giovane, indifesa di fronte alla prepotenza dei fratelli e dell’intera società. Fragile ed indifesa è anche la nostra Signura che perde la scarpina come una novella Cenerentola ma, a differenza della protagonista della fiaba di Perrault, il suo ritrovamento sarà causa di morte.

      Il trasporto di chi  ascolta  lu cuntu o legge la novella del Boccaccio è intenso e altrettanto forte è la partecipazione al dramma delle due sfortunate donne. I malvagi fratelli la fanno franca e l’amore è tragicamente perdente di fronte all’ignorante e colpevole perbenismo sociale.

      Finisce bene, invece, nell’altra novella boccaccesca, nella quale si narra di un certo Gian di Procida che deve essere arso vivo legato ad un palo per colpa di un tragico equivoco. Riconosciuto alla fine da Ruggeri dell’Oria, riesce a scamparla e sposa la donna che lo ha salvato dal rogo. Qui l’elemento comune è rappresentato dalla pena del rogo, quella stessa punizione che la povera Leta è costretta a subire per mano dei fratelli e sempre per amore.

      La novella boccacciana è a lieto fine, lu cuntu è invece tragico, e tragico è anche il prosieguo della storia dal momento che la povera Signura Leta è condannata, forse per la maledizione lanciata ai fratelli, a restare sulla terra e ad abitare campagne e costruzioni isolate sotto forma di fantasma che terrorizza la gente.

     Il terrore non è solamente nell’essenza ultraterrena della Signura ma risiede nel fatto che la disperazione per l’amore mancato e il  crudele distacco dall’amato e dalla felicità sono troppo grandi e forte è la condanna della meschinità e della ipocrisia della gente.

     Tutto questo è rappresentato dal fatto che il fantasma è muto e mostruoso nelle sue apparizioni e la sua angosciante presenza nella memoria collettiva testimonia della  perpetua condanna di una donna alla quale è stata recisa tragicamente una vita felice.

     La gente aveva un tempo terrore dello spirito muto e mostruoso della Signura Leta perché ne temeva la vendetta.  La collettività trasformava la sua ansia, vera e concreta, in cunti e non si creda che tali credenze fossero frutto di barbariche e medievali superstizioni, perché in realtà di queste credenze, di spiriti dei morti che tornano, di fantasmi presenti nel mondo dei vivi in determinati momenti dell’anno e in precise occasioni è pieno l’attuale “mondo tecnologico” e, soprattutto nelle città, la gente crede ancora con intensità mai venuta meno.

      Le superstizioni sono insopprimibili perché sono delle valvole di sfogo, dei meccanismi di difesa di singoli e di gruppi per giustificare ed esorcizzare le paure, i fallimenti, le incertezze e tacitare, talvolta, le voci di dentro.

 

Sulle antiche orme "Studi di cultura mesagnese" a cura di Marcello Ignone. Mesagne 1996. pag. 63

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