Federica Marangio presenta "La cicatrice". Martedì 30 giugno Convento ex Cappuccini.

La collega Federica Marangio ha una cattiva fama tra i colleghi giornalisti: non sa stare al suo posto.

O, per dirla meglio, non sa stare ferma, magari in quel di San Pancrazio Salentino, suo paese natale. Così, corrisponde per Gazzetta da una parte all'altra della provincia, zompa dalla cronaca alla cultura, coltiva le lingue straniere, sorseggia i più diversi interessi, s'invola oltreoceano, si incuriosisce della storia dei popoli. E bazzica anche nei paraggi della narrativa. Una volta era frequente il detto «ogni riccio un capriccio»: e sembra quasi questo il caso della indomita – intellettualmente, «ça va sans dire» - Marangio, riccioluta ed avvenente 31enne, il cui ultimo colpo d'ala è la pubblicazione di un'opera prima, un romanzo per i tipi Falco Editore, prefato dall'amica Monica Setta, dal titolo “La cicatrice” (con un sottotitolo che vale un manifesto morale: «Mai dichiarare guerra all'amore»).

Un romanzo d'amore, quindi, mentre l'uomo autodetermina la propria aridità sentimentale e la donna rivendica emancipazione a gogò, ostentando i vessilli del potere conquistato, del pantalone e, perchè no, del sesso per il sesso, mercenario, fine a se stesso, senza amore. Un libro allora che, aggredendo il flusso delle pubblicazioni in controtendenza, significa un atto di coraggio sul piano meramente culturale; ma che è anche un significativo diario intimo, una sorta di autodafè di emozioni provate, angustie patite, desideri cavalcati. Nessuno potrà svelare il canonico dilemma sotteso alla base ispirativa del volume, e cioè quanto di autobiografico si rintracci tra i sospiri, l'ardore, la passione, gli umori inanellati tra le pagine; quanta vita vissuta dalla Marangio abbia permeato, a mo' di impronta, il canovaccio della storia narrata.

Forse però questo aspetto resta il meno rilevante. Leggendo “La cicatrice”, preme più che altro entrare in sintonia con l'umanità dell'autrice, che non può che essere un tutt'uno con la sua tensione sentimentale e la sua stessa capacità narrativa. I paragrafi scorrono velocemente, vuoi per la facilità di scrittura (uno «stream of consciousness» curato ma piano), vuoi per i binari avvincenti di una trama letteralmente scaraventata da un angolo all'altro del mondo. Eppure, la storia affrescata da Federica Marangio, semplice ma non banale, induce alla ponderazione: perchè costringe tanto  all'inquietudine, quanto alle suggestioni. La dura madre del romanzo, la sua stretta essenza, sembra essere quella antica e sempreverde che il buon vecchio Pascoli seppe definire «amore per l'amore».

Ecco, la novella scrittrice, attraverso l'artificio di un alter ego che è voce narrante, si dimostra ora innamorata dell'amore, ora sua concupiscente, ora delusa, tradita, ferita dall'amore. Che per lei è e resta sorgente primigenia di forza vitale, unica soluzione e destinazione. Per chi volesse saperne di più e conoscere la poliedrica autrice, appuntamento alle 19.30 di martedì 30 giugno, ospite dell'ISBEM, nel convento dei Cappuccini di Mesagne, presenti Monica Setta ed il sindaco Pompeo Molfetta.

Giuseppe Florio

 

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