“L’ordine del tempo, un film che poteva essere bello” - di Anna Rita Pinto

Alla soglia dei 90 anni, Liliana Cavani torna alla regia con il film “L’ordine del tempo”,

fuori concorso al Festival di Venezia e in questi giorni al cinema, prendendo spunto dall’omonimo trattato di scienza di Carlo Rovelli e dalle sue parole: "l’emozione del tempo è precisamente ciò che per noi è il tempo. Il tempo siamo noi".

Il film è la cronaca di un'apocalisse annunciata per via di un meteorite che sta per cadere sulla terra ma anche di una certa spiritualità e dell’amore come antidoto alla disperazione terrena. Un tema senza dubbio interessante e che certamente può aprire dibattiti tra amici post visione del film, ma che probabilmente non è riuscito a tener fede alle sue intenzioni: se scoprissimo che il mondo sta per terminare, come sceglieremmo di trascorre le nostre ultime ore sul pianeta Terra?

Nonostante la tematica di forte impatto e un cast di tutto rispetto: dal medico Alessandro Gassmann all’avvocato Claudia Gerini, dal fisico teorico Edoardo Leo all’insegnante di storia Ksenia Rappaport, dall’economista Richard Sammel all’insegnante di scienze Valentina Cervi, dallo psicanalista Fabrizio Rongione alla ricercatrice Francesca Inaudi, il film, infatti, non riesce ad arrivare al cuore dell’emotività.

Se l’inizio può convincere nel mostrare un momento di equilibrio ed anche l’incidente scatenante potrebbe risultare avvincente, il film, di fatto, tarda a partire ed anche quando parte annaspa nel rimanere in moto. La narrazione non indaga le reali difficoltà, le incertezze e i dubbi che fanno parte della quotidianità di ogni essere umano. Ogni protagonista, essendo senza dubbio “L’ordine del tempo” un film corale, non è abbastanza caratterizzato né tantomeno sviluppato, non riuscendo così a suscitare nello spettatore empatia, immedesimazione né alcuna emozione.

Anche la regia presenta qualche pecca: da cambi di luce ingiustificati ad errori di edizione. L’anello più debole del film, però, risulta senza dubbio la sceneggiatura: fragile, squilibrata, didascalica e spesso mancante di un significato e di un sottotesto più profondo che ci si aspetterebbe da un film del genere. Nessuna vera sorpresa, nessun colpo di scena, nessuna vera evoluzione dei personaggi. L’intento di rappresentare una situazione e una visione della vita si scontra comunque con l’immobilità del film, con un messaggio che non viene trasmesso e un punto di vista che appare rimanere sempre troppo in superficie. Peccato, perché “il tempo siamo noi".

Anna Rita Pinto

08.09.23

 

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