“Tamagotchi Kids: i nuovi figli digitali” di Anna Rita Pinto

Mentre ovunque si parla di calo demografico e di coppie sempre più virtuali che reali,

c’è una notizia di questi ultimi giorni che ci fa ulteriormente riflettere sullo stato dei luoghi.

Secondo gli studi condotti da Catriona Campbell, un'esperta inglese di intelligenza artificiale, pare che nei prossimi 50 anni i genitori potranno scegliere di avere dei figli digitali: i Tamagotchi Kids, che si rifanno ai famosi Tamagotchi, prodotti circa 25 anni fa da un’azienda giapponese che li fece spopolare in tutto il mondo tanto da essere diventati oggi ambiti oggetti da collezione.

Si trattava, anzi si tratta, visto che vengono ancora prodotti, di una buffa console tascabile a forma di uovo che obbliga l’adolescente di turno a non far morire di fame l’animaluccio virtuale.

Una volta attivato il videogioco, sullo schermo appare un uovo da cui esce un piccolo alieno che deve essere allevato, nutrito ma anche educato e curato quando è malato e, soddisfacendo una serie di suoi bisogni, dallo stadio di uovo all’età adulta, il fine del giocatore è quello di garantire una lunga e buona esistenza virtuale all’animaletto, a meno che non lo si lasci morire di vecchiaia o per incuria. In quel caso il Tamagotchi può essere resettato ed ecco un altro uovo da far crescere.

Con l'evoluzione e la diffusione del metaverso, che non è altro che una rete composta da mondi virtuali dove un numero illimitato di utenti può usare avatar per interagire, lavorare, effettuare acquisti e partecipare a varie attività, potrebbe accadere invece di avere a che fare con bambini virtuali, i Tamagotchi Kids, appunto.

Quindi quello che una volta era solo un semplice videogioco, ora si fa più serio: gli utenti potranno far nascere, crescere e accudire un figlio virtuale: un neonato che poi diventerà bambino, adolescente e adulto e potrà anche morire se verrà trascurato.

Ma alla base del boom di questo gioco si trovano anche questioni sociali e psicologiche assai più profonde. Basti pensare al fenomeno degli hikikomori, sempre più radicato nella cultura giapponese ma ormai molto presente anche in occidente, ovvero giovani che rifiutano la vita sociale, scegliendo la solitudine assoluta e che spesso si confinano nella propria cameretta, ma questo è un argomento che merita di essere trattato a parte.

La verità è che gli oltre 82 milioni di Tamagotchi venduti in tutto il mondo, hanno influenzato la cultura giovanile di massa, tanto da indurre l’azienda Bandai a una continua produzione di molti videogiochi a tema; manga, anime e giochi da tavolo e persino di una serie televisiva, facendo sempre molta attenzione all’evolversi del costume e delle nuove tecnologie, adattato di volta in volta il suo prodotto alle passioni del momento.

Certo, volendo cogliere un aspetto poetico della cosa, è certamente interessante che dei bambini imparino a prendersi cura di qualcuno o di qualcosa, il dramma è che, trattandosi di avatar, ci si potrà permettere di farli morire perché basterà resettarli per farne nascere di nuovi, ma la vita reale funziona diversamente. Sarebbe opportuno, forse, insegnare ai bambini a prendersi cura realmente di una pianta o di un animale, esseri viventi che davvero dipenderebbero dalle nostre cure per vivere o morire. Questo farebbe un tantino la differenza.

Ancora più raccapricciante, però, è se a decidere di acquistare dei figli virtuali usa e getta, siano degli adulti. Dove finisce l’educazione ai sentimenti, all’empatia, al confronto, alla responsabilità?

È vero che sinonimo della parola gioco dovrebbe essere leggerezza ma in un momento storico in cui tutte le relazioni sembrano essere filtrate dal virtuale, perché non ci si parla più ma ci si messaggia, si fa meno all’amore ma ci si incontra in videochiama e più che procreare si allevano figli digitali, c’è il rischio che di leggerezza, prima o poi, si possa anche morire.

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