“Una toppa peggio del buco” di Anna Rita Pinto

Grazie ai giornali e ai social, in pochi mesi abbiamo visto come su uno stesso argomento possono esserci opinioni opposte;

nello specifico mi riferisco al diritto di essere madri anche quando queste sono lavoratrici.

Qualche mese fa ci aveva colpito positivamente la decisione dell’imprenditore fiorentino Simone Terreni, ingegnere a capo dell’azienda VoipVoice, di assumere una donna che durante il colloquio di lavoro aveva timidamente confessato di essere incinta. E già il fatto che questa notizia ci avesse colpito la dice lunga su come siamo messi nel nostro Paese.

Qualche giorno fa, invece, sul medesimo argomento si era espressa anche la stilista emiliana Elisabetta Franchi finita nel frullatore mediatico dopo aver dichiarato che nella sua azienda assume solo donne che hanno superato gli ‘anta’, perché hanno già avuto figli ed eventualmente si sono anche già separate. Parole discriminatorie nei confronti dell’universo femminile, con l’aggravante che a pronunciarle sia stata proprio una donna.

Ovviamente questo ha scatenato un’indignazione tale sui social da spingere la diretta interessata a fare una specie di mezza mea culpa dove ha meglio argomentato la sua preferenza sulle “anta”, ma una vera e proprio dichiarazione di scuse non è mai arrivata. Questo ha creato solo ulteriori malumori, come a dire che la toppa è stata peggio del buco e ha risvegliato, non solo nelle donne ma in tutta la società civile, un sentimento ancora più forte rispetto al diritto alla maternità, a prescindere dall’età e da qualsiasi altro fattore. Perché gli esseri umani non sono soltanto soggetti di prestazione ma hanno bisogno di impreziosire la propria esistenza con e attraverso gli altri. 

Al di là della stilista, però, anche uno Stato che troppo spesso costringe le donne a scegliere tra la carriera e la maternità dimostra di avere qualcosa che non funziona. Il mito del successo professionale non può e non deve relegare in secondo piano le scelte che ogni donna ha il diritto di prendere, giovane o meno giovane che sia.

Da questa esigenza è nata l’iniziativa di cinque ragazze, alle quali se ne sono aggiunte poi tante altre, che hanno deciso di sfruttare l’effetto moltiplicatore dei social per far sentire la propria voce attraverso il lancio dell’hashtag #senzagiridiboa.

Hanno scritto infatti: “Abbiamo deciso di non restare in silenzio, di prendere posizione contro chi sostiene pubblicamente e implicitamente che sia più importante l’età anagrafica delle competenze, contro un sistema che spinge a scegliere i lavoratori sulla base del genere e non delle capacità, che teme la maternità (e la genitorialità)”.

Parole che rivendicano la parità di genere e il diritto al tempo libero, che ogni donna dovrebbe poter esercitare in nome della sua libertà, dignità e salute psicofisica. Un appello, questo, che vuole deteriorare il modello patriarcale che ancora domina la nostra società e che, fortunatamente, ha visto l’adesione anche di molti uomini, tra cui l’attore Claudio Santamaria.

Come se non bastasse, proprio in questi giorni, alla stilista è piombata addosso anche una condanna ai danni della sua azienda da parte del Tribunale di Bologna. Nel caso specifico si parla di “comportamento antisindacale”. In poche parole l’imprenditrice aveva imposto delle dure sanzioni a chiunque avesse scioperato nella sua azienda perché contrario a fare gli straordinari o a fermarsi a lavorare anche il sabato.

La risposta a tutto questo da parte dell’ingegnere che aveva assunto la donna incinta non ha tardato ad arrivare su tutti i social: non entro nel merito delle sue affermazioni discriminatorie che si commentano da sole, ma se effettivamente si fosse comportata così, sarebbe semplicemente fuorilegge. C’è però una cosa che non mi torna. Lei si definisce imprenditrice. Io però non mi sento suo collega. Proprio no! Lei non è un’imprenditrice, ma una donna d’affari, abituata ad avere le persone al suo servizio H24. Un imprenditore, invece, è al servizio dei propri collaboratori e non viceversa. Un imprenditore assume le persone in base alle capacità e alle competenze e non in base al sesso o all’età. Un imprenditore sa pianificare e non teme di perdere una collaboratrice per qualche mese. Un imprenditore crea una squadra di persone, non un’azienda piramidale. Un imprenditore non ha paura di una gravidanza, ma è felice se con la sua azienda aiuta giovani madri e giovani padri a dare la vita a delle creature. Perché un bambino, lo ridico, non può mai essere un problema".

A tal proposito si sottolinea che sotto il profilo demografico l'Italia si conferma uno dei paesi con il più basso tasso di natalità al mondo e questo preoccupa non poco il presidente della Repubblica Mattarella e papa Francesco che, proprio qualche giorno fa, hanno dichiarato che questa è una vera e propria emergenza sociale che se non affrontata immediatamente rischia di impoverire il futuro di tutti, perché le famiglie senza figli sono la nuova povertà.

In pratica, se non si invertirà la rotta, secondo le proiezioni Istat nel 2050 ci saranno 5 milioni di italiani in meno. È come se in meno di 30 anni scomparissero tutti gli abitanti del Veneto o della Sicilia e soltanto il 52% della popolazione sarebbe in età da lavoro.

Affinché le donne possano raggiungere una concreta e piena parità anche nel lavoro, nella paga salariare e nel pieno diritto di avere una famiglia, il promotore degli Stati Generali Gigi De Palo esorta ad invertire la tendenza e a raggiungere i 500 mila nati a patto che "tutto il sistema Paese se ne faccia carico", magari dedicando risorse del PNRR al tema e dotare l'Italia di un commissario per la natalità, come già avviene in Europa, indicando la ministra alla Famiglia "con portafoglio" e con "poteri straordinari".

Concludendo, questa volta non diciamo “speriamo che sia femmina” citando il noto film di Monicelli, ma speriamo che sia realtà e che gli uomini inizino a sostenere davvero le donne e tutto ciò che concerne il loro benessere, affinché questa zoppicante società torni a trovare il giusto equilibrio.

14.05.2022

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