Lorenza Santacesaria: la commemorazione del Sindaco Pompeo Molfetta.

Si riporta integralmente la commemorazione che il Sindaco Pompeo Molfetta ha pronunciato durante la cerimonia funebre civile della dott.ssa Lorenza Santacesaria, già consigliere comunale.

La morte ci danza attorno beffarda e si fa sempre più vicina e minacciosa. A volte ci pare di sentirne il suo respiro putrido sul collo. Sempre più spesso siamo costretti a guardare le sue stigmate volgari piantarsi giorno dopo giorno nel volto e nelle carni dei nostri cari e sfigurarne la bellezza, annichilirne il pensiero senza poter capire il perché. E allora ci si abbandona alla disperazione, allo sconforto, alla paura, palesando in questo tutta la fragilità della Natura.

È difficile resistere alla paura della morte, bisogna avere dentro una forza sovrumana, ci vuole qualcosa di trascendente per irridere la morte. Ebbene Lorenza ha affrontato il suo destino, il suo calvario e la sua morte con il sorriso. Quel sorriso che ha incendiato di luce tutta la sua vita oggi vince la sua morte. Quel sorriso è lanciato per sempre come un guanto di sfida contro l’oscurità del nulla per dire alla signora morte: “Non avrai il mio scalpo, la mia vita supererà questo vallo tenebroso e ritroverà la luce sospesa nel tempo infinito dell’eternità e tornerà a pulsare forte nel cuore dei tanti che in questa vita ho incontrato”.

Che forza d’animo! Se ci penso mi vengono i brividi. Come mi sono sentito piccolo di fronte al tuo dolore e alla forza del tuo cuore. Avrei voluto nascondermi. E tante volte mi sono nascosto. Chapeau amica mia! Sento forte da lassù l’eco del tuo insegnamento: “non abbiate paura mai”. E rimando questo tuo invito alla tua famiglia a tuoi figli meravigliosi: a Laura, Riccardo e Lorenzo e a tuo marito. Ai tuoi amori così immensamente amati. Non abbiate paura! Lei non è partita è solo nascosta nella stanza accanto, chiamatela col suo nome e pronunciatelo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza perché la morte non è niente.

Quel sorriso così insistentemente postato nei suoi ultimi viaggi, mentre di fronte all'immensità del mare e alla maestosità delle montagne cercava di catturare gli ultimi scampoli di vita è lo stesso sorriso immortalato in quella foto scattata al tempo dell’Università che la ritraeva insieme ad altre donne che spavalde andavano incontro al Sol dell’Avvenire e pare che dicessero in coro “noi che siamo donne paura non abbiamo e cambieremo il mondo con la forza di un sorriso”.

Mi piace pensare che quel poster che doveva esser allora il suo manifesto politico oggi sia il suo testamento morale in cui si cristallizzano per sempre i principi che hanno tenacemente ispirato tutta la tua vita e il suo agire quotidiano: il ruolo della donna nella società, una visione autenticamente laica democratica dello Stato, il valore della cultura e della conoscenza a servizio della emancipazione sociale, l’affermazione dei diritti dei deboli, delle minoranze, delle diversità, il paradigma del dono nella dedizione agli altri soprattutto a coloro che soffrono. Di questi valori è intrisa la sua esperienza istituzionale di consigliere comunale di cui è necessario custodire la memoria perché valga da monito in un tempo in cui la politica è vilipesa, derisa e mercificata e tutti ne fuggono via come fosse un luogo di perdizione.

Chissà come era gonfio di speranza il suo cuore nel tempo in cui la giovinezza gli nascondeva il suo destino, quanti sogni e quanti ideali custodiva nella sua mente. Forse il mondo non è cambiato ma lei certo non ha mai perso la speranza di cambiarlo. L’ultima battaglia, l’ha fatta pochi mesi fa quando già la malattia crepava dentro la sua anima e il suo corpo. Ancora una battaglia di civiltà, coniugata al femminile e condotta con dolcezza di madre, per gridare alla sua città “ricordatevi che dovete ancora accogliere nel perimetro delle vostre mura la memoria di una figlia vostra Marcella di Levrano vittima di mafia ma anche vittima del pregiudizio, del perbenismo mediocre e borghese di una società arida, pronta a giudicare più che a comprendere. L’ultima di una lunga serie di battaglie condotte con il radicalismo della ragione per l’affermazione dei diritti civili, per la difesa dell’ambiente, per l’uguaglianza sociale.

Nell'esercizio della professione medica avevamo costituito insieme un gruppo di lavoro solidissimo ed efficientissimo e non solo per la mera adesione al giuramento di Ippocrate ma per il rispetto e la dedizione dovuta ai malati, ma anche per una comune e solidale altissima considerazione etica del lavoro e del ruolo sociale che aveva quella postazione sanitaria. Ma lei andava ben oltre questa comunione d’intenti e questi obiettivi perché aveva una naturale irrefrenabile capacità di aprire il cuore degli uomini come una scatoletta di tonno, di infondere nella relazione medico-paziente quella umanità contagiosa che cura l’anima prima del corpo per cui i pazienti si affidavano a lei totalmente integralmente e lei si prendeva cura della loro vita. Un modo dunque d’interpretare la sua professione oltre il suo stesso limite cercando sempre di coniugare umanità e scienza, scandagliando con curiosità e intelligenza anche oltre le nostre miserabili certezze.

Ma più di tutto poté l’amore, l’amore coniugato con leggerezza in tutte le sue declinazioni, in tutti i modi e in tutti i tempi, nella famiglia, nel lavoro, nella società. Noi che abbiamo lavorato gomito a gomito per tanti anni sapevamo coglierne il fremito nella cordialità dei gesti, nelle parole, negli abbracci e chi vive d’amore non vive mai invano.

Dunque non c’è proprio il tempo per il cordoglio: non bisogna attardarsi troppo nel dolore e nel rimpianto bisogna riprendere rapidamente in mano il timone della nostra vita e tornare a vogare verso l’orizzonte che lei ci ha indicato cercando di superare le sofferenze e le prove che la vita ci impone con la forza di un sorriso.

Pompeo Molfetta

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