Trentaquattro anni fa il 17 marzo 1976 Dino De Guido in una tragica giornata terminò la sua esperienza terrena
lasciando senza parole la famiglia, gli amici, tutta la Comunità mesagnese. Aveva 28 anni. Quella mattina dovevamo andare insieme a Lecce, presso il Tribunale, ma preferii risolvere una questione amministrativa alla Regione, a Bari, insieme a Roberto Distante, per essere entrambi Assessori. L’amico Albino, invece restò a Mesagne, per manutenzionare la macchina, una Simca 1000, perché la sera Roma ci attendeva. All’Eur si teneva il XIII Congresso della Dc (18-24 marzo 1976). Stranamente Dino non volle fermarsi presso l’allora Pretura a prendere un caffè con il padre di Michele ed Alberto Cuppone, nè prese a bordo a Campi Salentino un autostoppista, lui che, per non viaggiare solo, ma soprattutto per la voglia di stare con la gente faceva salire tutti nel suo coupè 128 rosso. Con il sorriso di sempre volle, da solo, andare incontro all’evento che lui, come credente considerava «il ricambio». E’ estremamente duro ricordare quella giornata, quei momenti, don Daniele, l’amico Gino che accompagnava don Daniele delegato a portare la ferale notizia a casa De Guido, il padre Carmelo e soprattutto il fratello Vito.
La Dc, nel suo ambito, dopo un durissimo scontro fra le varie correnti generazionali, lo aveva scelto e lo aveva fatto eleggere consigliere dell’Ospedale San Camillo De Lellis considerandolo, ormai, «nominato» per diventare Presidente!
Un giorno forse si dovranno ricostruire quegli anni perché serviranno a capire quel che si verificò nei decenni successivi nella nostra Mesagne politica e contestualmente, su altro versante, un giorno forse si dovrà raccontare, nel ridotto di amici, come e perché sorse il Circolo Tennis di Mesagne, gli incontri, lo statuto, la stipula dell’associazione fatta per atto pubblico.
Per oggi solo un commosso ricordo ed alla nostra maniera:
Ahoo!!!
Pino
A seguire una succinta biogafia di Dino De Guido e alcuni suoi discorsi.
Nato a Bari il 5 Gennaio 1948, dopo aver conseguito presso il Liceo Scientifico “T. Monticelli” di Brindisi la maturità, si iscrisse nel 1966 alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari, ove conseguì brillantemente la laurea il 22 Marzo 1971 con la votazione di 110 e lode, discutendo la tesi “Il caso fortuito nel Diritto Penale”. Iscritto all’ Albo dei praticanti procuratori, ancor prima della laurea, entrò a far parte a Bari del noto studio dell’Avvocato Antonio D’Ippolito, dove per 5 anni si temprò alla libera professione. Prima come studente interno, poi come interno laureato, rimase nell’ambito universitario presso l’Istituto di Diritto Penale diretto dall’on. Prof. Renato Dell’Andro, dove per tre anni risultò vincitore di una Borsa di Studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Collaborò strettamente con il Prof. Giuseppe Ruggiero, ordinario di Criminologia, occupandosi più specificatamente dell’ambiente carcerario, dei diritti del condannato e della risocializzazione nel contesto sociale, traendo spunti critici desunti dall’esperienza concreta effettuata nel corso dei vari viaggi di studio presso Istituti penitenziari e manicomi criminali italiani. Approf ondì tali problemi con particolare riferimento ai minori, occupandosi preliminarmente dei fattori genetici della delinquenza minorile. Svolse attività di ricerca sulla rilevanza del caso fortuito del Diritto Penale, indagando accuratamente sul concetto di “colpa”. Si occupò altresì del tema del concorso delle circostanze del reato cogliendo spunto dal problema più particolare del cumulo di queste, quali aggravanti del delitto di rapina. Nel Marzo 1974 conseguì l’idoneità all’esercizio della professione di Procuratore Legale, risultando tra i primi del concorso a Bari. Nel Febbraio 1975 fu nominato, in seguito a concorso, titolare di contratto quadriennale sempre presso l’Istituto di Diritto Penale. Contemporaneamente risultò vincitore di una Borsa di Studio del Ministero della Pubblica Istruzione. Iscritto da oltre dieci anni alla Democrazia Cristiana, entrò a far parte del Consiglio Direttivo della Democrazia Cristiana mesagnese quale responsabile SPES. Socio fondatore del Circolo Mesagne, in qualità di Vice Presidente, contribuì nel 1974, con la passione che lo contraddistingueva, alla sua costituzione e alla sua crescita. Trasferitosi a Mesagne dove esercitava la libera professione, nel 1976 fu nominato dal Consiglio Comunale, Consigliere d’Amministrazione dell’Ospedale Provinciale “S. Camillo de Lellis” di Mesagne.
Furono molti i suoi discorsi. Siamo riusciti, a recuperarne, nelle sue carte, solo tre grazie al fratello Vito. Li proponiamo senza alcun commento. Una rilettura può far capire la dimensione del ricercatore in ambito giuridico e le potenzialità culturale e soprattutto umane nell’analisi politica della nostra Mesagne.
Conferenza sull’aspetto giuridico della legge “Fortuna-Baslini” in occasione del referendum abrogativo del 12 Maggio 1974
Carisssimi amici,
il tema di questa mia conversazione con voi, ha per oggetto l’esame sotto il profilo giuridico degli aspetti negativi e delle contraddizioni insite nella legge “Fortuna-Baslini” sulla quale il 12 Maggio andremo ad esprimere il nostro voto.
Ritengo preliminare a tale disamina, il richiamo ad alcuni dati storici che servono a sgombrare il campo da un grosso equivoco artatamente sfruttato dai divorzisti.
Essi affermano, infatti, che il principio dell’indissolubilità del matrimonio debba riguardare e riguardi soltanto la coscienza dei cristiani e sfruttando l’esistenza giuridica del Concordato fra Stato e Chiesa il cosiddetto “accidente storico” di cui parla Lombardi, ritengono che l’indissolubilità si fondi sul sacramento del matrimonio.
A parte la considerazione che ormai è imminente la revisione dei rapporti fra lo Stato italiano ed il Vaticano e quindi la possibilità di una eliminazione del Concordato nella sua attuale strutturazione, vi è soprattutto la inconfutabile constatazione che nel nostro ordinamento giuridico è configurato il matrimonio civile, distinto e separato dal matrimonio concordatario con propria ed autonoma regolamentazione giuridica che promana dallo Stato italiano nella pienezza della sua sovranità.
Ed il principio dell’indissolubilità del matrimonio è stato sancito proprio dallo Stato italiano allorchè, all’atto della elaborazione del codice civile del 1865, epoca in cui vigeva la netta separazione fra Stato e Chiesa, tale principio fu posto a fondamento dell’Istituto matrimoniale per motivi inerenti esclusivamente all’interesse della comunità civile nella sua interezza.
Quella data storica segnava non solo la sintesi dei valori di cui erano stati portatori i padri del Risorgimento, ma soprattutto consacrava il principio dell’indissolubilità del matrimonio come valore laico e civile, informatore dell’intera comunità nazionale ed espressione della coscienza sociale del popolo italiano.
Successivamente all’introduzione del regime concordatario, l’altro dato normativo che è doveroso ed indispensabile esaminare sia pure sinteticamente, è la nostra carta costituzionale del 1948 che costituisce, come ben sapete, la legge fondamentale dello Stato.
Essa pone i principi giuridici-economico-sociali che il legislatore ordinario ha il dovere di rispettare e regolamentare o attuare con le leggi ordinarie quale ad esempio la legge “Fortuna-Baslini”.
Gli articoli 2 e 29 della Costituzione riconoscono e garantiscono non solo i diritti inviolabili dell’uomo come singolo, ma si preoccupano anche di tutelare e garantire le società personali la cui espressione più peculiare è data dalla comunità familiare.
L’art. 2 espressamente afferma che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, personale”.
E l’art. 29: “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.
A tal proposito voglio sottolineare che negli atti del lavoro preparatorio svolti dall’Assemblea Costituente, si legge che la prima stesura di questa norma costituzionale precisava: “sul matrimonio indissolubile”.
Successivamente fu approvato un emendamento (Grilli) per eliminare tale attributo di “indissolubile” perché dalla quasi unanimità dei Costituenti si ritenne che l’espressione “società naturale” assorbisse e contenesse in sé il concetto di indissolubilità sì da rendere pleonastica e superflua tale ulteriore specificazione.
Erano i tempi in cui lo stesso Togliatti riteneva l’istituto del divorzio come un deprecabile male per la società italiana.
Pertanto sino all’introduzione della legge “Fortuna-Baslini” avvenuta nel 1970, non è stato mai messo in dubbio che l’ordinamento giuridico si fondasse sul principio dell’indissolubilità del matrimonio.
La legge “Fortuna-Baslini”, dichiarata costituzionale in virtù di una interpretazione letterale restrittiva e tecnicistica delle norme esaminate, nella sostanza contrasta con i principi e valori che permeano sia gli articoli 2 e 29, che la Costituzione nel suo complesso.
L’art. 29, infatti, al 2° comma recita: “il matrimonio è ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.
Tale disposizione impone al legislatore ordinario, dei limiti alla sua attività legislativa al fine di garantire e salvaguardare l’unità familiare e l’espresso divieto di introdurre istituti giuridici o norme giuridiche che contrastino, minaccino o ledano sì fatto principio dell’unità familiare.
Ciò premesso, se pure si volesse superare con una interpretazione restrittiva il problema di incostituzionalità della dissolubilità del matrimonio prevista dalla legge “Fortuina- Baslini”, rimane il problema giuridico del contrasto fra questa legge ordinaria e i principi informatori della carta costituzionale.
E’ chiaro infatti che ogni legge ordinaria non può derogare al principio dell’art. 29 il quale da un lato impone che sia garantita l’unità familiare e dall’altro richiede ai soggetti che fanno parte delle formazioni sociali (quale indubbiamente è la società familiare), l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale.
Va a questo punto sottolineato e rimarcato che questa espressione dell’art. 29, non è il frutto della visione che la Costituzione ha data del tipo di società.
Tutti sanno che la Costituente volle superare un tipo di società liberale-individualista, e rifiutando una società di tipo marxista, affermò come fondamento dell’intera comunità nazionale, il principio solidaristico.
Tale principio della solidarietà sociale si trova sancito in ogni parte della Costituzione, e basti pensare al nuovo modo in cui essa ha voluto intendere la proprietà privata, la quale è garantita dalla legge con i limiti che ne assicurino una funzione economico-sociale.
Se ciò vale per la proprietà, non si vede come si possa porre in dubbio la funzione sociale dell’istituto della famiglia.
E’ davvero assurdo, ridicolo e fazioso affermare come fanno i divorzisti, che il matrimonio è un atto privatistico che in forza di un fantomatico diritto di libertà, le parti avrebbero la facoltà di porre nel nulla al verificarsi di certe situazioni.
Questo significa avere una visione settoriale, particolaristica ed individualistica della società, che contrasta con il principio solidaristico affermato in tutta la carta costituzionale e che deroga alo spirito di solidarietà sociale che anima l’intera Costituzione.
Il matrimonio civile consiste in un negozio giuridico pubblico che riflette i suoi effetti non solo su tutti coloro che compongono la famiglia (coniugi e figli), ma anche, e in maniera parimenti essenziale, sull’intera società.
Va per ultimo precisato come indispensabile premessa all’analisi della legge “Fortuna-Baslini”, che le società naturali, di cui massima espressione è la società familiare, trovano una tutela prioritaria rispetto all’interesse dello Stato, che spesso non a torto consideriamo come un ente distinto e autonomo dal contesto sociale.
Dobbiamo invece invertire l’ordine logico delle priorità concludendo che gli interessi dello Stato devono coincidere con gli interessi delle altre formazioni sociali che di esso fanno parte.
Lo Stato infatti altro non è che il momento di sintesi della totalità dell’esperienza; essa è momento di tutela e di garanzia dei valori spontaneamente sorti e affermatisi nel complesso delle società particolari quale la famiglia.
Il problema che a questo punto dobbiamo esaminare, è se la legge “Fortuna-Baslini” risponde a tali principi.
Non vi è dubbio che tale legge in una visione individualistica ed egoistica della società nel suo insieme e dell’uomo, ritiene il matrimonio un contratto con “riserva di gradimento”.
Il suo mantenimento costituirebbe una irreversibile spinta alla società permissiva, un primo anello di una catena che condurrebbe fatalmente ed irreversibilmente verso il deterioramento e l’annullamento di qualsiasi valore umano.
Ciò è avvenuto in ogni altro paese in cui esiste il divorzio come meglio e più diffusamente vi preciserà l’amico Gino Sconosciuto.
Né si dica che la legge “Fortuna-Baslini” regoli solamente i cosiddetti “casi pietosi”.
Questo forse sarebbe dovuto essere ma in realtà non è.
La legge “Fortuna-Baslini” non è la sbandierata legge del piccolo divorzio di cui si parlava alcuni anni fa; essa costituisce invece la legge del grande divorzio.
Basti a tal proposito cominciare con l’esaminare l’art.1 :esso sancisce il principio della più rigorosa automaticità del divorzio. Non credo che occorrano ulteriori argomentazioni, anche se ve ne sono, per qualificare questa legge come egoistica e
borghese. Ben altri sono gli strumenti necessari a prevenire e sanare le
situazioni difficili che sorgono ed esistono in tante famiglie. Ecco perché noi giovani democristiani così come ora, convinti e responsabili, ci battiamo per l’abrogazione della legge “Fortuna-Baslini”, con la stessa fermezza proseguiremo la battaglia politica per la definitiva approvazione del disegno di legge sul diritto di famiglia. La legge “Fortuna-Baslini” costituisce un primo passo verso
l’ulteriore e continua deresponsabilizzazione dell’uomo. La società contemporanea segna in maniera chiara e incontestabile, un momento di crisi, che è crisi dell’uomo il quale via via tende a dissociare se steso e i suoi comportamenti
da qualsiasi canone o criterio di responsabilità. Per risolvere tale crisi è indispensabile seguire la strada che conduce alla riscoperta dell’uomo e dei suoi valori naturali. A tal proposito voglio concludere citando la seguente espressione: “nessuno viene obbligato a contrarre matrimonio ma ciascuno deve essere tenuto, una volta contratto il matrimonio, a prestare obbedienza alle sue leggi. Chi contrae matrimonio non crea, non scopre il matrimonio così come il nuotatore non scopre la natura e le leggi dell’acqua e della gravità. Quindi non il matrimonio deve piegarsi al suo arbitrio, bensì il suo arbitrio al matrimonio”.
Sono queste le parole di Carlo Marx alle quali, credo, non dovremmo avere bisogno di riferirci per esprimere il 12 Maggio il nostro convinto, autonomo e responsabile SI all’abrogazione della legge “Fortuna-Baslini”.
Intervento nel dibattito in occasione dell’Assemblea degli iscritti alla sezione “Alcide De Gasperi” di Mesagne [1974]
Carissimi amici, voglio innanzitutto sottolineare che il motivo del mio intervento in questa sede, deriva dal desidero e dall’esigenza in me avvertita di partecipare alcune considerazioni sulla drammaticità dei momenti che il nostro paese sta vivendo, non cert o perché esse sono da voi ignorate, ma perché è sempre più necessario che queste cose siano dette apertamente e chiaramente.
Mi si potrebbe obiettare che affrontare, sia pure sinteticamente, alcuni temi generali in questa sede, sia poco opportuno.
Al contrario ritengo che se proprio vogliamo dare un senso sempre più pregnante e contenutistico al termine democrazia, occorre prendere coscienza che anche un’assemblea di sezione è e deve essere un mezzo e uno strumento capace di consentire la partecipazione di ogni iscritto su un dibattito su temi di politica generale del paese e sul partito in generale.
Io vi parlo da democratico cristiano ma soprattutto da giovane democratico e cristiano seriamente preoccupato dell’avvenire democratico del paese di cui fa parte.
La politica italiana sta infatti vivendo in questi giorni, un periodo di particolare gravità che imporrebbe un esame approfondito e franco delle cause che l’hanno prodotta nel corso degli ultimi anni.
Io voglio solo auspicare di non doverci trovare in un prossimo futuro, che potrebbe essere anche immediato, dinanzi a bivi pericolosi che comunque condurrebbero il paese a seguire delle vie pregiudizievoli e letali per il quadro istituzionale e democratico.
E’ chiaro dunque che diventa pressante ed essenziale svolgere all’interno del nostro partito, ogni dibattito che conduca all’individuazione degli eventuali errori commessi per poter poi fare un serio e fertile discorso sulle cose da fare, sulle scelte da operare, sulle posizioni che il partito deve responsabilmente assumere al verificarsi di certe situazioni contingenti o di particolari circostanze.
Tale esigenza deve essere sentita ed avvertita da chiunque, ma particolarmente dalle forze giovanili del partito che hanno a cuore le sorti del paese e della Democrazia Cristiana.
E ciò perché, qualsiasi svolta dovesse verificarsi nel paese, saremo soprattutto noi a doverci assumere la responsabilità di avere persino rifuggito dal dibattere su tali possibili pericolosi sviluppi.
In sintesi io credo che occorre anzitutto piena consapevolezza in ciascuno di noi, che non è più ammissibile discutere di interessi settoriali e corporativistici, di questioni e beghe personali di Tizio o di Caio, di contrasti personalistici, di dosaggi fra correnti; ora come non mai s’impone invece, da un lato il supremo interesse di salvare le istituzioni democratiche del paese dai continui e pervicaci attacchi cui vengono sottoposte (vedi da ultimo la strage di Brescia), dall’altro l’interesse di non far perdere al partito della Democrazia Cristiana, la sua primaria funzione di guida del paese e di garante del quadro istituzionale contro ogni svolta eversiva.
E’ necessario che il partito sia sempre più interprete delle istanze dei suoi elettori e, se possibile, di strati sempre più vasti della società; ma ciò non basta: è pure essenziale che la D.C. realizzi concretamente la volontà dei suoi aderenti e simpatizzanti.
Nel partito, bisogna sommessamente riconoscerlo, si è andata sempre più perdendo quella tensione ideale indispensabile per operare, ad ogni livello, con fattività e libertà dai condizionamenti di ogni tipo.
Dunque, soprattutto noi, i più giovani, abbiamo il compito, anzi il dovere, di proseguire le battaglie compiute dalle classi politiche che ci hanno preceduto e che ci precedono, rinvigorendo i valori di libertà, democrazia e giustizia, in questo momento gravemente minati, per debellare o almeno contenere, l’arrivismo, la faciloneria ed il pressappochismo ed ogni forma parassitaria di clientelismo e di personalismo.
Ciò si impone soprattutto ora che il paese attraversa una crisi economica di tale portata che può derivarne una rovinosa recessione con tutte le annesse conseguenze in ordine alla disoccupazione, all’inflazione ed all’isolamento nel contesto internazionale in cui vive la nostra economia.
Noi pertanto vogliamo che il partito ritrovi operatività, vitalità e consapevolezza dei gravi problemi che travagliano il nostro paese.
E’ necessario avere chiarezza e lucidità delle posizioni da assumere e delle scelte da effettuare.
E’ pericoloso continuare a fare politica acuendo l’ambiguità ed il compromesso; occorre ritrovare la forza necessaria per proporre soluzioni e realizzare programmi con autonomia e responsabilità se si vuole che la D.C. continui ad essere la forza trainante del quadro politico del paese e non una forza trainata dal susseguirsi degli eventi e dalle altre forze politiche.
Tutto ciò è ancor più necessario se si vuole riacquistare almeno parzialmente credibilità dinanzi al popolo italiano che in verità è assai sensibile a perdere ogni fede nelle istituzioni democratiche e ad accentuare il distacco fra paese formale e paese reale.
Occorre una visione organica dei problemi del paese.
Le molteplici ed articolate esperienze della vita sociale (partiti, sindacati, magistratura), non devono condurre ad una assurda e deleteria lacerazione del tessuto economico-sociale o alla sovrapposizione dei poteri statuali costituzionalmente regolati, sotto la spinta di posizioni settoriali e demagogiche, ma devono al contrario essere opportunamente ricondotte ad una considerazione e valutazione unitaria e complessiva che consenta il contemperamento globale della vastità delle esigenze, dei bisogni, dei problemi e degli interessi esistenti nel paese.
Per far questo occorre essere disposti ad operare scelte anche impopolari in particolare per quanto attiene alle soluzioni di politica economica per la quale valgono regole precise e rigorose che non possono essere adottate ed interpretate in modo da assecondare i contorti e travagliati accordi politici.
Peraltro occorre tener presente che è preferibile fare oggi scelte impopolari che non doversi trovare domani a fare scelte che tali non siano perché irreversibilmente necessitate.
Svolte rapidamente queste osservazioni, ne deriva che il partito della D.C., ha bisogno al suo interno di compattezza e unità sostanziale delle sue componenti, di partecipazione attiva di ciascuno, di impegno serio e leale da parte di chi riveste posti di responsabilità a qualsiasi livello; occorre che si abbandonino le residue posizioni esistenti di autoritarismo e di potere fini a se stesse; occorre che siano ridimensionate le attività e le manifestazioni esteriori e formalistiche che a volte per taluno assumono valore e significato preminente.
Può sembrare a questo punto che non abbia minimamente parlato della situazione locale.
In realtà non è così perché, come ho detto all’inizio, i discorsi generali non possono non riflettersi nelle situazioni locali, anzi devono necessariamente esser realizzati e verificati innanzitutto in sede periferica, per cui tutto quanto accennato fin qui, vale per la Sezione di Mesagne.
Noi non possiamo che iniziare dalla nostra Sezione a fare un discorso di sensibilizzazione di tutti ai problemi del paese, di partecipazione di ogni iscritto alla vita del partito, di efficienza del partito, di moralizzazione dello stesso.
Dobbiamo sforzarci qui a Mesagne di rendere il partito più presente e più funzionale di quanto finora lo sia stato nella vita cittadina.
La presenza della D.C. deve essere attenta e fattiva, deve essere continua e non sporadica, deve essere sensibile a tutte le istanze che provengono dalla cittadinanza, deve essere rispettosa del metodo democratico e consapevole del suo ruolo di forza preminente della vita cittadina.
Il partito a Mesagne deve infine operare organicamente per mantenere e sviluppare sempre più intensamente i necessari collegamenti con l’Amministrazione Comunale, gli Enti locali e soprattutto la scuola.
La presenza del partito nella scuola è un aspetto di assoluto valore e significato che non va assolutamente trascurato perché anche noi abbiamo un patrimonio di idee da poter comunicare ai più giovani e abbiamo una visione di tipo di società da prospettare loro, più giusta e più umana.
Introduzione all’Assemblea dei giovani democristiani mesagnesi tenuta il 12 Giugno 1975 in occasione delle elezioni Amministrative del 15 Giugno1975.
Cari amici, desidero innanzitutto dire che sono ben lieto di introdurre e dirigere questo dibattito, non tanto quale responsabile SPES della Sezione di Mesagne, quanto quale semplice iscritto, sia pure per poco, al Movimento Giovanile di Mesagne, che si è fatto promotore di questa iniziativa particolarmente significativa.
A questo punto forse in molti di voi è già sorto un interrogativo o una considerazione critica; molti penseranno, infatti, che ancora una volta la D.C. si ricorda dei suoi elettori, ed in particolare dei giovani, alla scadenza di una campagna elettorale.
A tale vostra ipotetica osservazione posso innanzitutto rispondere senza timore di apparire demagogico, che la D.C. si è sempre occupata dei suoi elettori e soprattutto dei giovani, sulla considerazione di un dato fondamentale e pregiudiziale ad ogni ulteriore analisi; che cioè la D.C. ha garantito dal 1945 ad oggi 30 anni di libertà, alcuni buoni altri meno buoni, dice il nostro manifesto propagandistico, ma tutti nella libertà.
E’ questo il principio cardine ed essenziale di un sistema democratico ed il primo valore che un partito politico deve garantire ai giovani, e la D.C. ha garantito, soprattutto per i giovani, il valore della libertà nel nostro paese.
Solo dopo aver giustamente evidenziato questo dato preliminare, si può procedere all’analisi delle realizzazioni attuate dalla D.C. per i giovani.
Stante la brevità del tempo a mia disposizione, voglio solo sottolineare la legge sulla scuola dell’obbligo, l’istituzione delle scuole professionali, l’effettività del diritto allo studio, la liberalizzazione dell’accesso all’Università, la democraticizzazione della stessa attraverso i provvedimenti urgenti di Malfatti nel Novembre 1973, i decreti delegati che hanno segnato un momento partecipativo degli studenti alla vita della scuola attraverso strumenti sicuramente democratici, lo statuto dei lavoratori a garanzia e tutela di una molteplicità di diritti riguardanti la dignità della persona umana e la condizione dei lavoratori nelle fabbriche e negli altri posti di lavoro, e da ultimo il riconoscimento del diritto al voto ai diciottenni, legge voluta fortemente dalla D.C. ad onta di quanto solo alcuni mesi fa sostenevano i suoi avversari politici.
Quasi tutti gli altri partiti, infatti, attribuivano demagogicamente alla D.C. il chiaro proposito di rinviare l’entrata in vigore della legge a dopo le elezioni dei 15 Giugno 1975.
Infatti, come altre volte è accaduto, hanno smentito clamorosamente gli avversari della D.C., tant’è che il personale impegno del ministro democristiano agli Interni Gui, su sollecitazione del segretario politico Fanfani, ha reso possibile il superamento delle difficoltà burocratiche che si frapponevano all’attuazione del provvedimento legislativo, fin dalla prossima elezione del 15 Giugno.
Certo, tutto ciò non significa che la D.C. ha operato sempre e comunque in maniera ottimale: noi sappiamo bene che sono stati commessi degli errori e che spesso alcuni provvedimenti legislativi non hanno trovato responsabilmente preparati i loro destinatari o comunque sono rimasti inattuati per l’inefficiente e arcaico apparato burocratico dello Stato. Sappiamo pure che molti di noi giovani addebitano alla D.C. di aver sostenuto e incentivato un apparato di potere, a volte fine a se stesso, che rende difficile la partecipazione della base alle scelte operative, o dal quale è facile essere condizionati.
Tale stato di cose, però, per un verso ha una spiegazione storica che non possiamo in questa sede analizzare, e comunque va rilevato che esso è stato ampiamente discusso e riconosciuto dalla stessa D.C. nel suo interno.
Questo va sottolineato perché è il maggior sintomo d i vitalità e del senso di responsabile autocritica che la caratterizza.
Tale fondamentale modo di essere della D.C., le deriva proprio dai valori e dai principi ideologici di cui essa è permeata e dal tipo di società che essa si configura e intende realizzare: una società che si contrappone in maniera netta, da un lato a quella marxista, negatrice di ogni libertà e del libero sviluppo della persona umana in tutte le sue componenti, e dall’altro a quella laica, contraddistinta dall’individualismo, dall’incontrollato capitalismo e dall’anticlericalismo preconcetto e demagogico.
Al contrario la D.C. ha una propria e peculiare visione della società che affonda le sue radici nella matrice cristiana: una società pluralistica fondata sulla concezione personalistica dell’uomo e, sotto l’aspetto economico, sulla funzione solidaristica e interventista dello Stato.
D’altra parte è opportuno sottolineare che le critiche mosse alla D.C. investono anche tutti gli altri partiti, e di governo e di opposizione, e che quella che è stata chiamata crisi della D.C., altro non è che crisi del sistema parlamentare, degenerato a tal punto da farci assistere all’assoluto predominio dei partiti politici nel paese.
Ne è derivato che questi ultimi hanno perduto la propria originaria funzione di strumenti di educazione e di partecipazione dei cittadini agli articolati settori della vita sociale, ed hanno invece assunto la sola funzione di mezzi di gestione del potere.
Se tutto ciò è vero, è pur vero che i cittadini nulla hanno fatto per evitare che questo accadesse, anzi, non utilizzando gli strumenti democratici a loro disposizione, hanno addirittura favorito che questo accadesse.
Troppo spesso, infatti, i cittadini e persino i giovani, sono stati assenti da una partecipazione attiva alla vita delle singole comunità sociali, dimenticando che l’originario potere viene esercitato col voto, cioè con la possibilità di scelta dei propri rappresentanti e soprattutto con un controllo al mandato ad essi conferito tramite una continua vigilante presenza.
E’ infatti un portato della visione pluralistica della D.C. il principio che non sono i cittadini al servizio dello Stato, ma lo Stato al servizio dei cittadini; lo sforzo cui è tesa la D.C. in questo particolare momento di difficoltà del paese, è quello di realizzare una sempre maggiore aderenza fra lo Stato e i cittadini in ossequio al principio storico e logico-giuridico fondamentale per cui lo Stato non precede i cittadini, ma si pone come la sintesi dei valori e dei principi propri dell’uomo.
Per realizzare tutto ciò occorre una partecipazione qualificata, fattiva e costante dei giovani alla vita politica nel suo significato più esteso, perché non c’è nulla di più deleterio dell’assenteismo, del qualunquismo e della protesta sterile; tali atteggiamenti, non solo non apportano alcun contributo critico e costruttivo alla società, ma, quel che è peggio, favoriscono il sorgere di posizioni autoritarie e di potere che spesso conducono al fascismo.
Dunque, il significato del voto giovanile alla D.C., a mio modesto parere, vuole essere un impegno alla partecipazione responsabile alla vita politica e sociale a tutti i livelli; la D.C. consente ciò perché, al di là di ogni critica, fondata o meno che possa ad essa rivolgersi, un dato è sicuro: che comunque il partito della Democrazia Cristiana ha apprestato in questi 30 anni strumenti democratici di partecipazione, e se a volte vi sono difficoltà di inserimento scaturenti da meccanismi fondati sull’acquisizione e sul mantenimento del potere, è incontestabile che quelle difficoltà possono essere superate nella misura in cui ciascuno di noi avrà fede in certi ideali e renderà responsabile, qualificata e disinteressata la propria presenza nel partito e negli altri organismi sociali.
La D.C. ha svolto in questo ultimo periodo un discorso nuovo e moderno disponendo l’immissione nelle proprie liste elettorali di ben 33.000 giovani in tutta Italia.
Essa dunque, manifestando una assoluta fiducia nei giovani, ha sentito l’esigenza di un rinnovamento interno che preluda ad una migliore realizzazione dei propri principi ideologici, di giustizia sociale, di ordine democratico, di libero sviluppo della personalità di ciascun cittadino sempre nel rispetto del metodo democratico e in uno Stato garante di libertà.
La D.C. non chiede ai giovani un voto per motivi elettorali, ma un consenso partecipativo per rinnovare se stessa, per qualificare la propria dialettica interna e per affidare loro il compito di realizzare una rivoluzione senza violenza.
Al contrario di talune posizioni di giovani che per snobbismo o per un deprecabile conformismo pseudo-intellettuale, sposano la causa della sovversione, della violenza fascista o del sinistrismo sterile e alla moda, ritengo che il compito che la D.C. riserva ai giovani non sia né opaco, né grigio, ma sia quanto di più esaltante essi possano realizzare nella società italiana.







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