E' pervenuta in redazione una nota di Tindaro Giunta che volentieri pubblichiamo:
Il linguaggio sussidiario: Un nuovo modello sindacale, che proprio nella concezione pluralista e riformista, esprima rappresentanza e qualità.
Anche la fase della seconda Repubblica è finita o meglio è in bancarotta. Nell’arco di questi ultimi vent’anni il paese ha perso molto; si è passati, infatti, dal Belpaese a quello considerato il più ingiusto e diseguale in Europa. I nostri concittadini che si recano in Spagna, Francia, Germania o in qualunque altro Paese europeo sia per lavoro sia per turismo sono abbordati in strada, in male modo, e considerati, per lo più, come il popolo che “registra l’attacco più brutale ai diritti e alle condizioni del lavoro”. A tal proposito sulla questione operaia Leone XIII scriveva che la soluzione del malessere socio-economico richiede “il consorzio e l’efficace cooperazione anche degli altri”. La società odierna vive nelle criticità, tipiche di alcune epoche storiche, dovute a una mancanza di valori e a un eccessivo neo-liberismo, che rafforzato dal relativismo, rifiuta la collaborazione sia nel dare sia nell’avere. L’uomo continua il suo percorso e l’iter lo rende “consapevole” del divenire sociale. Il malessere della nuova realtà non è solo dovuto alla produzione economica ma anche all’organizzazione giuridica e sociale. La richiesta dei valori etici è legittimata dal “subsidium afferre” (portare aiuto), insito nella consapevolezza morale dell’uomo. Il rispetto dei valori è “la pietra miliare” della nuova mentalità. I comportamenti e i cambiamenti educativi diversi danno al Sindacato “personalità giuridica” e delega di essere al servizio dell’altro.
Un sindacato che informa, che serve e che dà servizi ai cittadini, rispetta il bene comune. Ritrova negli altri trasparenza, chiarezza e solidarietà. L’unità d’intenti e la sussidiarietà sindacale e politica sono valori e risorsa per la tutela della dignità umana e per essere “promotori” e “custodi” del bene comune.
Il doppio decennio della Seconda Repubblica non ha vigilato sul bene sociale e il suo crescendo è stato la cultura del disvalore. Il Sindacato non è stato capace di attuare una “lotta in difesa del cittadino” e non rispettando il suo mandato, ha preferito chiudersi in ”isolamento e lotte fratricide”. Al connubio dei padri emeriti del sindacato Bruno Buozzi, Giuseppe di Vittorio, Achille Grandi ecc., il sindacato odierno ha preferito essere la “vittima” preferita del “neofismo guasconiano”. I padri del sindacato hanno rispettato l’impegno nel periodo più turbolento della storia d’Italia; hanno difeso l’uomo dallo sfruttamento economico e dalla tirannia dei sistemi totalitari; molti coraggiosamente scegliendo la via dell’esilio, altri da “eroi” affrontando anche la morte. Il nuovo non ha saputo affrontare le sfide della società moderna; è fermo al vecchio “fordismo”, superato, ormai, da qualche tempo. Un sindacato, che non è al passo dei tempi, è illogico. Si rende “vittima” nella valenza stessa di essere “espressività maggiore” di chi tutela il sociale e le condizioni economiche dei pensionati, dei dipendenti e dei lavoratori. Il sindacato è la parte delegata al dialogo e “cogestore” della contrattualità con le parti sociali. La tutela della dignità della persona è stata sempre il punto “focale” del messaggio di Bruno Buozzi; essa è stata sostenuta nello spirito di collaborazione e di sussidiarietà. La caduta di questi valori ha reso vita facile al “relativismo”; il quale è riuscito a disunire le forze caduche sindacali unitarie. La crescente distorsione, provocata dal federalismo padano, lontano dall’idea predominante di Altiero Spinelli, padre fondatore dell’Europa, crea in noi della Uil pensionati sfiducia e compassione nel valore principe dell’Unità d’Italia. Questo è il segno della filosofia radicalmente sovversiva del neo-liberismo ed è l’esaltazione della rivolta del “dominium” (potere della forza economica e privata) contro l’”imperium” (potere del pubblico). La sovranità, però, è del popolo – diceva in una delle quattro lettere (quella al presidente del Senato on. Schifani) l’ex presidente emerito della Repubblica Italiana Francesco Cossiga, (morto il mese scorso). Non è possibile nell’età della globalizzazione rivedere il “mito del superuomo”; il “dominium” è “etica dell’ancien régime”, superata da qualche tempo. Non è possibile in un’epoca moderna, fatta da realtà mutevoli, considerare il gestore di un “dominium” promotore di leggi “ad personam”. Queste creano le disuguaglianze e sono repulsive alle leggi italiane. L’articolo 3 della Costituzione recita che ”tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge” e l’articolo 53, sempre della Costituzione, evidenzia che “ tutti i cittadini sono tenuti a contribuire alle spese dello Stato in ragione della loro capacità contributiva”. L’orientamento del relativismo vuole essere un dictat in contrapposizione all’osservanza e all’impegno preposto verso la promozione dello sviluppo del Sud. Il costituzionalista in “l’art. 3 della Costituzione” ha inteso avviare un percorso di “rimozione degli ostacoli”, che impediscono l’attuazione dei principi di libertà, uguaglianza e pari opportunità. Il diniego “separatista” è in antitesi al sistema del “Welfare state” e del “welfare society” del Sud, introdotto alla difesa dell’esercizio dei diritti umani e civili, del diritto alla salute e alla tutela sociale. L’indirizzo di un federalismo fiscale padano non equo e solidale, è in contrasto all’art. 53 della Cost... L’articolo costituzionale condanna la nuova ideologia di mercato sussidiaria, fatta da scienze in reti, imprese e collocazioni di ospedali (e no, quindi di semplici e iniqui reparti ospedalieri). Tale presunzione dà potere al protagonismo economico e colloca il pensiero egemone dell’egocentrismo competitivo in “idea-potere” della normativa.
Il gestire un “bene comune”, però, non dà “appropriatezza di ricchezza”. La sovranità è del popolo; e la presa di diritto e l’atto sono “anti-costituzionali”. La sovranità del popolo è la democrazia. La rappresentatività, invece, è affidata ai delegati del bene comune (oikos). Il filosofo Montesquieu in “L’Esprit des Lois” suggeriva ai governanti di essere “gelosi custodi” della Costituzione e di privilegiare “l’amore e il sentimento di uguaglianza”. Il termine democrazia dal greco “démos” popolo e “cràtos” potere, etimologicamente “governo del popolo”, è fondato sui principi del benessere sociale. I diritti e doveri costituzionali sono i cardini della società responsabile, propositiva e partecipativa. L’azione politica è l’atto della Costituzione nell’attribuzione di diritti che rendono la persona debole, parte “integra” della sovranità popolare. La difesa è il rispetto della dignità di essere cittadino equo, libero e che lavora. Secondo Tocqueville in “De la démocratie en Amérique” l’obiettivo di ogni Stato è il raggiungimento dei valori democratici perché sono qualitativi e previdenti ma facili al rischio di subire politiche anarchiche, fasciste, dispotiche e dittatoriali e per questo il filosofo chiede ai governanti di essere “vigili” nel “rispetto delle condizioni” e delle leggi Costituzionali. La richiesta di smantellare l’illegalità è la cultura del “buon costituzionalista”. Questa richiama sia i politici ad essere “amministratori lungimiranti” della cosa pubblica sia il sindacato ad essere “cogestore” e “sentinella” (Woitiva) del bene comune nella difesa e nella tutela dei valori costituzionali. Il cammino è “irto” di difficoltà; la difesa dei valori, però, è una questione fondamentale e richiama al coraggio. Il sindacalista, in questo, ha il pregio di distinguersi dalla massa e dalle politiche intriganti; quello della Uil sa, come riferisce Giorgio Benvenuto, che è facile commettere “errori”, però questi svaniscono come “nebbia al sole” se la credenza dei rapporti e dei valori è animata “da grandi passioni, da grandi idee e dalla voglia di costruire il futuro”. L’epoca moderna ha delle priorità per la ricostruzione del nostro avvenire e tra queste “i mezzi di comunicazione sociale” sono essenziali. Il loro influsso ha un carattere ideologico predominante, nella trasformazione della mentalità, delle cognizioni, dei comportamenti della società stessa. La ragione è di preservare le informazioni; il significato è di avere contatti con la realtà globale. Internet la fa da padrone e i valori semantici sono i codici della comunicazione. Il significante è la qualità e il significato è la quantità di notizie. La qualità di rete comunicativa accorcia le distanze tra un continente e l’altro. La quantità d’informazioni crea e arricchisce le conoscenze fra gli uomini e li lega da vincoli di amicizia. Internet è la comunicazione. Il soggetto della rete di collegamento dell’uomo A è chi parla e l’oggetto B è chi ascolta; la rete di collegamento è il canale di comunicazione. Il codice di accesso del Nuovo Linguaggio Strutturalista è quello semantico. Il prof. Stefano Agosti in Teoria del Testo, all’inizio degli anni settanta in una minuscola aula di Lingua francese dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, ne decantava il linguaggio, utilizzandolo al meglio e anticipando i tempi dell’età contemporanea. Il linguaggio globale è libertà; è politica e le nuove idee sono i canali e le vie ideologiche del percorso sociale, economico e culturale. L’antitesi è rimanere chiusi, restrittivi e complici della filosofia ortodossa, conduttrice di politiche superate oppure isolate o anarchiche. Il linguaggio si qualifica nella questione del senso di responsabilità morale e nella conoscenza della verità. In conformità a ciò il sindacato ne acquisisce “prevalenza” e ne assicura diritti e libertà di comunicazione tra la gente. Lo difende nei bisogni sociali e lo preserva dai rischi. Il linguaggio comunicativo dei lavoratori è mutevole. Il valore semantico è diverso in base al tipo di categoria di lavoro, di professione e di specificità corporativa che si fa. Il sapere è il rapporto di sintesi del significante e del significato del sindacato. Il sapere non è la capacità ”d’imitare” (Massimo Cassano) il pensiero di chi è “gestore” di un bene, ma è la capacità di saper costruire un “bene comune” in base ai parametri essenziali che la cittadinanza “concepisce, vuole, rivendica e sa insegnare”. Certamente il lavoro è la finalità del “bene comune”. L’accesso al lavoro è, però, il problema dell’uomo meridionale. La politica e il sindacato potrebbero, in parte, darne significato e significante. Per il sindacato “il Nuovo Modello di Concertazione sussidiaria sindacale” potrebbe esserne di supporto. La concertazione sussidiaria con i lavoratori ha valenza nel difendere la contrattualità della “questione lavoro”. La ricerca del lavoro o meglio il poter lavorare, in questi ultimi anni, si ripresenta sempre più complesso e ne acquisisce importanza fondamentale e decisiva. La soluzione potrebbe essere posta nella ricerca del “buon senso” e nel darne “pari opportunità lavorativa” sia al lavoratore del Nord e sia a quello del Sud; mentre un’“equa distribuzione di beni e servizi” per gli anziani, i pensionati e i non autosufficienti sarebbero il clou per l’azione politica sociale. La convinzione della mia tesi è che non solo il lavoro costituisce la dimensione fondamentale della “questione parità sociale” ma essa è la chiave oggettiva dell’azione politica stessa e richiama conseguentemente le “differenze egualitarie” (la forbice profondamente larga o meno) dei ceti sociali, creatrici d’ingiustizie e di disuguaglianze. L’incipit è che il lavoro è la chiave essenziale del bene comune. Il filosofo Locke lo considera “un diritto innato”, dal quale ne deriva il giusto compenso per il lavoro che è eseguito, e no dagli egoismi liberisti di accaparramento di servizi (servili). Questi ultimi non sono negoziabili ma dimorano nella consapevolezza del giusto rispetto della dignità della persona umana che lavora. Il richiamo al lavoro della Costituzione art.1, che afferma “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, fa appello alla salvaguardia dei valori e alla solidarietà degli uomini che lavorano. Questa connotazione afferma il diritto e il dovere che ciascun individuo lavoratore ha nei confronti della collettività. Il diritto-dovere (comma 1 dell’art.4 Cost.) indica il convincimento del costituzionalista per l’effettività di tale valore con una politica del pieno impiego e con la lotta alla disoccupazione. L’intendimento è di considerare l’apporto lavorativo di ciascun cittadino come fonte di progresso materiale e spirituale della nostra società. Lo “star bene” del lavoratore è l’obbligo morale di unire “laboriosità come virtù” e non di “degradarsi a causa del lavoro”, logorando non solo le forze fisiche ma soprattutto intaccando la dignità e la soggettività che gli sono proprie. Occorre dire inoltre, che la giusta remunerazione per il lavoro serve per “fondare e mantenere degnamente una famiglia e assicurarne il futuro”. In tale contesto è necessario che il sindacato si adoperi per una forma contrattuale corretta nelle impostazioni di rapporti, orientate in difesa sia del datore di lavoro sia del lavoratore. Il rispetto del riposo, delle ferie, dei giorni di malattia e del diritto alla pensione e alla assicurazione per la vecchiaia ed in caso d’incidenti collegati alla prestazione lavorativa sono benefici che, giustamente, competono come norma al lavoratore. Sulla base di questi diritti la storia del nostro sindacato Uil e della nostra categoria Uil pensionati ha trovato la sua ascendenza; è cresciuta sulla base della lotta dei lavoratori, del mondo del lavoro e si è costituita al fine di tutelare i diritti e la difesa di tutte le fasce più deboli. I giusti sforzi per assicurare i diritti dei lavoratori e la difesa della “questione sociale” impongono al Sindacato di non assumere né “carattere di partito politico” che lotta per il potere né di gravarsi di “inclinazione servile” sottoponendosi alle decisioni dei partiti politici, stringendo legami stretti con loro stessi. La manovra economica del 31 maggio n°78 “misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” e quella correttiva del 26 luglio scorso, non hanno dato il giusto valore alla tutela del reddito. La carenza di una politica di sviluppo lungimirante non permette alla manovra di favorire capacità di spesa. La società moderna chiede, invece, la soluzione delle emergenze, in periodo di crisi, attraverso la creazione di politiche di sviluppo positive nel settore produttivo potenziando la crescita delle imprese e favorendo un’occupazione equa. L’aumento della domanda e dell’offerta nelle zone depresse potrebbe dare sollievo alle imprese in virtù degli incrementi di produttività aziendale.
La richiesta di una società del benessere pone i paletti a chi non permette all’essere anziano-pensionato la possibilità di essere cittadino integrato, di pagarsi i farmaci per la cura del suo stato di salute o di vivere la condizione di disagio a rischio di povertà.
Che fare allora, per risolvere tali malesseri? Qual è il compito del Sindacato che vive in situazione conflittuale? Quali azioni è possibile intraprendere e schiodare la stato di conflitto?
La soluzione sarebbe, come abbiamo detto, in un “Nuovo modello Unitario di concertazione e di sussidiarietà” nel rispetto della propria identità sindacale e in ragione degli eventi storici, politici e ideali. I punti di riferimento sono molti e antichi, ma la base della rilettura dei testi dei “grandi maestri” del sindacato di Buozzi, Di Vittorio, Achille Grandi, è di dare una giusta collocazione all’interno delle profonde trasformazioni vissute del mondo del lavoro che si trasforma e della globalizzazione gravata dalla crisi economia, politica e internazionale. Questo è un invito a discutere su un nuovo modello sindacale, che proprio nella concezione pluralista e riformista possa esprimere rappresentanza e qualità. Il nostro pluralismo ha fatto arrivare “al pettine il nodo” (Bruno Buozzi) della rappresentatività del sindacato. Noi siamo per un riformismo che abbia “idee chiare e distinte”. La nostra filosofia vuole una idealità razionale, che sia d’ancoraggio agli interessi concreti dei lavoratori e che abbia finalità nell’amore per la partecipazione disciplinata e sia di senso alla responsabilità e fiducia posta nel metodo democratico. La nostra norma è tutta racchiusa nelle parole pronunciate da Bruno Buozzi al Congresso della categoria nel 1918, quasi un secolo fa e per Noi ancora attuali. La Nostra è la filosofia del sic et simpliciter e cioè quella di un “percorso di progressiva e valorizzazione delle risorse locali” (De Rita). Con la legge 341 del ’95 si creò alla “programmazione negoziata” per lo sviluppo del territorio con il coinvolgimento delle parti sociali; questo patto è stato considerato da F.S. Coppola in Rassegna economica (ott./nov. 1996), “Una Sfida per il Sud”. La traduzione legislativa non aveva solo il compito di creare “occupazione” ma anche la possibilità di costruire una rete di strumenti di concertazione. La concertazione sindacale mirava a rilanciare l’economia territoriale “aderendo a una politica di moderazione salariale e accettando un margine di flessibilità nel rapporto di lavoro dipendente”; e cioè di tenere a denti stretti l’occupazione fermando i licenziamenti. Questa è una soluzione al problema occupazionale, molto valido, che dà propulsione al sostegno del lavoro e incoraggia gli investimenti privati al Sud, attraverso condizioni favorevoli alle imprese. L’impegno è di concertare la crescita dell’occupazione attraverso i controlli dei processi di trasformazione in atto. L’idea è di orientarsi verso “Un Piano per lo Sviluppo e l’occupazione”, orientato a far uscire dal Meridione la crisi attraverso la crescita dell’economia affrontando la competizione globale e quella internazionale Europea con investimenti pubblici destinati alle infrastrutture e sostenendo una defiscalizzazione degli oneri sociali e sgravi contributivi per le nostre aziende meridionali. Il ruolo del Sindacato è legittimato e acquista visibilità solo se riesce a garantire occupazione, previdenza e coesione sociale. Il punto di criticità rimane la capacità delle organizzazioni di rappresentanza nel muoversi su una scala sociale larga. Questo è un aspetto che si riferisce soprattutto all’idoneità dei sindacati di dare voce agli interessi meno forti nel mercato del lavoro e dei sottorappresentati. È necessaria un’attività d’intermediazione e di sintesi a largo raggio e soddisfare sia gli interessi garantiti sia quelli più marginali. Bisogna affrettarsi; troppi giovani soffrono, e aumenta la distanza che separa la forbice del progresso/regresso degli uni e la stagnazione e regressione degli altri. L’avvio delle riforme previdenziali, occupazionali e sociali sarebbero necessari. Questo permetterebbe un passo verso il domani da attingere con più valori. Lo sviluppo esige delle riforme audaci, profondamente innovatrici e urgenti. Sono dunque necessari dei programmi per “incoraggiare e aumentare” la produzione da mettere al servizio della persona. La sua funzione è di ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù, e renderlo capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, del suo percorso umano e civile come persona e cittadino integrato. Tutto ciò ha la finalità e il dovere di difendere “i diritti democratici dei cittadini e dei lavoratori italiani” solo con la concertazione sussidiaria di Un Nuovo modello di Sindacato Unito è possibile.
Tindaro Giunta: Un nuovo modello di Sindacato è possibile


Scuola Secondaria Superiore
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