mesagne.net

Monday, Feb 06th

Ultimo aggiornamento:04:51:53 PM GMT

Headlines:
Sei qui: Mente e società Il cammino di luce

Il cammino di luce

Ritorna Lavinia ... con un raccontino! ... nostalgia per la prossima estate?

E-mail Stampa PDF

Tribunale di BrindisiE' il 17 agosto ed io devo necessariamente depositare alla Cancelleria del Tribunale una pubblicazione di testamento. So già che non sarà facile, le strade sono un concerto di "chiuso per ferie" scritto nelle maniere più varie: col disegnino tipico dell'ombrellone oppure con caratteri neri e severi, senza fronzoli; su cartellini piccoli che neanche li vedi, oppure grossi quanto un segnale stradale. Sia le attività commerciali che gli studi professionali sono in vacanza, figuriamoci cosa troverò ...anzi non troverò in Tribunale, il luogo che in agosto è sicuramente il più abbandonato e deserto d'Italia.

Arrivo al parcheggio ed un po' mi rincuoro; non c'è il vuoto assoluto, un numero discreto di autoveicoli staziona sulla landa assolata. All'ingresso del Tribunale il controllo della Polizia è accurato come sempre; e come sempre c'è qualcosa che fa irritare il metal detector che lancia subito l'allarme. Dopo aver rovesciato inutilmente sul tavolo il contenuto di borsa, tasche e cartella, scopriamo che la causa del suono sono i miei sandaletti capresi addobbati da mille "sciuquaglie" (orpelli, fronzoli...) di materiale vario.

Come sono cambiati (in peggio) anche i ciabattini capresi! Erano così sobri e stilè i sandali dei tempi d'oro di Jaqueline Kennedy e della bellissima Consuelo Crespi.

Finalmente accedo all'interno del Palazzo e subito si smorza l'ottimismo iniziale: sono chiusi sia il bar che il tabaccaio, segno che non ci sarà traccia alcuna degli abituali frequentatori del luogo, ossia gli avvocati.

Un avvocato, infatti, è innanzitutto carta da bollo e caffè.

Mi affaccio all'uscio dell'unica stanza aperta (è l'ufficio notifiche) dove provo a depositare il mio testamentuccio. L'addetta, piuttosto brusca, mi contesta - giustamente - che non è da lei che devo depositare l'atto, ma dal cancelliere. "Quale ?" le chiedo - "che ne so, uno qualsiasi " - "Bene, ma dove lo trovo? "   "Salga e se lo cerchi".

Bisogna capirla: è lì da sola, senza neanche il conforto di un bar, come potrebbe essere anche gentile?

Inizio la salita e mi fermo al primo piano. Non c'è un'anima; tutte porte chiuse ed un silenzio totale.

Arrivo al secondo: stessa situazione.

Comincio ad avvertire un certo disagio; tutto questo vuoto mi rende ansiosa. L'ansia, unita al fiatone dopo tante scale (non se ne parla proprio di prendere l'ascensore: se si blocca chi mi salva?), diventa proprio panico quando arrivo al terzo piano. Ora infatti non ho più tanta paura di essere sola, quanto di incontrare qualcuno.

E se da una porta chiusa sbucasse all'improvviso un malintenzionato? Un rapinatore, uno scippatore, un serial Killer...

C'è poco da ridere, oramai le cose succedono proprio così, come in "Law & Order" o in "Senza Traccia" di cui, ahimè, sono spettatrice accanita. Stranamente mi rilassano. Ora però penso che avrei fatto meglio ad ascoltare i pistolotti di Santoro o a seguire i documentari magistrali di Piero Angela piuttosto che appassionarmi alle vicende dei delinquenti d'oltreoceano; adesso forse non starei così in tensione. Cerco di darmi coraggio; in fondo gli strangolamenti nei polizieschi americani avvengono sempre nei parcheggi seminterrati, non sulle scale tra il terzo ed il quarto piano.

Mi dò della sciocca e mi impongo di non pensare più a Law & Order.

Ma perchè ora mi viene in mente Ugo Betti ed il suo "Corruzione al Palazzo di Giustizia"? Mannaggia! In quel dramma si parla di un cadavere ritrovato all'interno di un Tribunale.

La paura così diventa doppia: posso indifferentemente ritrovare un cadavere oppure incontrare il serial Killer e diventarlo io.

"Ahhh...". L'urlo mi viene fuori dalle visceri nell'udire all'improvviso una voce dietro le mie spalle.

"Cosa  cerca? Posso aiutarla?"

Mi giro: un signore dall'aria normale e bonaria, senza il ghigno dell'assassino e neanche il cappuccio del rapinatore, improvvisamente materializzatosi nel corridoio, mi chiede cosa cerco.

"Un.....un cancelliere" rispondo balbettando.

"E' nella stanza in fondo al corridoio, ultima porta a destra".

Dio sia lodato, non è un malintenzionato ed è anche gentile. Raggiungo l'ufficio indicato e trovo finalmente un cancelliere, vivo per di più.

Prende l'atto, mi guarda sornione e poi fa: "niente ferie, eh?"

Senti chi parla, mi verrebbe da dire. Tu stai qui esposto ad ogni tipo di criminalità (vera, temuta, immaginaria, ecc... ) e prendi in giro me? Ma non dico niente, sorrido e mi precipito giù, per i quattro piani, raggiungendo il calore confortante dei 38 gradi della mia macchina.

Tutto ridiventa normale, anche le mie pulsazioni. Riecco i cartelli con gli ombrelloni, le saracinesche abbassate, i passanti in bermuda.

Che giorno è oggi? Ah si, mercoledì. Allora stasera su SKY c'è Poirot. Benissimo, me lo godrò tutto, fino all'ultimo.... omicidio.

Raffaele La Capria e quell'esordio letterario mesagnese.

E-mail Stampa PDF

Raffaele La CapriaLuoghi, spazi, ambienti della letteratura, sia quando fanno da sfondo a una narrazione, sia quando sono il luogo fisico dell’elaborazione, costituiscono un elemento decisivo ed essenziale di un’opera letteraria.“Quel che succede dipende da dove succede”, anche quando è casuale e spesso dimenticato, o anche sconosciuto ai più. E’ il caso di una produzione letteraria di Raffaele La Capria, il notissimo scrittore e sceneggiatore, compagno di studi di Giorgio Napolitano e marito dell’attrice Ilaria Occhini, autore tra gli altri di un romanzo innovativo come “Ferito a morte”, Premio Strega ’61, e sceneggiatore di un film capolavoro come “Le mani sulla città”. Ebbene, il primo testo che ha dato origine alla possente produzione di La Capria, intitolato “Una lettera del ‘43”, è stato scritto a Mesagne e più precisamente a Castel Acquaro. Nella campagna mesagnese, definita Zona d’Operazioni anche se distante molte miglia dalle linee nemiche, l’universitario La Capria arriva nell’aprile del ’43, come caporal maggiore al seguito del  52° Battaglione d’Istruzione  che ha il compito di fermare eventuali sbarchi di paracadutisti anglo-americani. Assieme a lui si trova anche Antonio Ghirelli, in seguito  grande giornalista e capo ufficio stampa del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. I due vivono non troppo bene l’esperienza militare: sembra di stare nel “Deserto dei Tartari”, dopo lunghe marce con le armi sulle spalle, nelle polverose strade della pianura assolata, la sera, dopo il silenzio traducono “I nutrimenti terrestri” dello scrittore francese Andrè Gide. Durante una marcia La Capria tira fuori un libricino di Cechov e lo legge camminando, come un prete col breviario. Il colonnello interrompe la marcia, requisisce tutti gli zaini e molti libri finiscono in un falò. In un uliveto sotto la tenda, a lume di candela, scrive “Una lettera del ‘43” che farà parte del libro “False partenze”, è la prima produzione letterario-saggistica che sarà pubblicata però 30 anni dopo presso Bompiani.  Nello scritto emerge il quadro preveggente delle pulsioni e degli atteggiamenti futuri dell’uomo e dello scrittore: la distinzione tra uomoe personaggio, tra coloro che intendono la vita come un romanzo di formazione e quelli che vogliono essere visibili ora. Così tra chi si appoggia su certezze e valori e chi in ogni momento deve inventarsi chi è, lo scrittore mantiene la contraddizione e i dubbi, se non avesse una ragazza a cui pensare, gli sembrerebbe di essere un piccolo pianeta sospeso in un giro solitario che si ripete eguale. Ecco, all’origine, due delle figure principali dell’immaginazione lacapriana: la circolarità e lo sdoppiamento. L’intrigante scoperta dell’origine pugliese nel percorso letterario dello scrittore è dovuta all’Associazione culturale 101 guidata da Antonio Campana, che si riunisce settimanalmente presso la libreria “la Carica dei 101” per la lettura di testi  letterari e poetici.Sarebbe forse l’occasione per un approfondimento, se possibile  con lo stesso La Capria, tuttora molto attivo nonostante i suoi quasi 90 anni. A gennaio infatti è prevista l’uscita di un suo libro “Nuotando in superficie”, raccolta dei suoi articoli sul “Corriere della Sera”.

Giovanni Galeone

Note sulle Cinque terre. (Stefano Palmisano).

E-mail Stampa PDF

Le cinque terreRiceviamo in Redazione e volentieri pubblichiamo alcune note sulle cinque terre di Stefano Palmisano.

Si narra che molti secoli fa i capi di cinque paesini limitrofi, incastonati in una sontuosa ed aspra collina a strapiombo sul Mar Tirreno, divisi da feroce rivalità fra loro intorno al miglior vino prodotto dai cinque, decisero di rivolgersi a un eremita (che viveva su un’isoletta di fronte a Vernazza), studioso di erbe e della Bibbia, saggio e timorato di Dio, prodigo di consigli, investendolo del difficile compito di sciogliere lui la questione, designando il vino migliore dei cinque borghi.

L’anacoreta, ascoltati gli ospiti, chiese loro di portargli alcuni grappoli delle rispettive uve e di mantenere una tregua finché non avesse emesso un responso.

Dopo qualche tempo il saggio eremita convocò gli stessi capipopolo e offrì a ciascuno di loro una coppa di vino.

Per tutti risultò un vino nuovo, diverso, migliore di tutti quelli prodotti dai contendenti e di tutti quelli da loro conosciuti.

Tutti ne restarono entusiasti e lo lodarono assai.

Il savio giudice spiegò che quel vino era stato fatto con tutti i grappoli dei diversi vitigni che gli erano stati consegnati e i mosti ottenuti da quella loro peculiare cuvée avevano dato quella bevanda straordinaria.

I cinque borghi erano le Cinque Terre e il vino era lo Sciacchetrà, un grande vino passito, “da meditazione”, che oggi è uno dei simboli di quel mirabile ecosistema costituito, da est verso ovest, dai cinque paesini di Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso.

Lo Sciacchetrà (il cui nome deriva da «sciacàa», schiacciare, utilizzato semplicemente per indicare l'operazione di pigiatura dell'uva) è un emblema di quei territori anche e soprattutto perché è un vino, e il vino, più ancora che “della natura”, è un prodotto fondamentalmente dell’attività umana, della fatica e della cura dei vignaioli e dell’acume e della sapienza dei cantinieri.

Anche le Cinque Terre, in sé, sono un segno illuminante di quanto possa essere radicalmente opposto “l’impatto” del bipede umano sul territorio che lo ospita.

Le Cinque Terre, per come le conosciamo oggi (o, forse, per come le conoscevamo fino a martedì scorso) sono sostanzialmente una creazione umana, tanto più mirabile quanto più gli autori di quella creazione hanno saputo coniugare fatica, acume, sapienza in quell’attività creatrice e tanta cura per “l’oggetto” di quest’ultima: l’ambiente circostante.

I terrazzamenti realizzati con la terra portata con grandi cesti da contadini che si calavano da un piano all’altro appesi ad una corda a strapiombo sul mare, i muretti a secco, i vigneti “a tendone basso”, tanto basso che i vignaioli spesso dovevano lavorare la vigna inginocchiati, tutto questo parla di un rapporto degli uomini e delle donne di quei posti con la loro terra che era un autentico, simbiotico rapporto d’amore.

E, come in un vero rapporto d’amore, gli uni miglioravano, arricchivano, affinavano l’altra e viceversa.

Un legame amoroso degradato da qualche decennio in un feroce, implacabile stupro degli uni verso l’altra.

Una violenza tanto patologicamente distruttiva da aver fatto sperperare ai suoi responsabili, in una sola generazione, uno dei patrimoni antropici ed ecologici (e, dunque, anche economici) più inestimabili dell’umanità, in cambio di un miserabile incremento del patrimonio bancario.

Una furia devastatrice fatta di interminabili colate di cemento che rendono il terreno ovviamente del tutto impermeabile, colate molto più lunghe anche di quella di fango che ha sepolto parte delle Cinque Terre due giorni fa; di letti dei fiumi compressi da orrende escrescenze edilizie sugli argini e, dunque, non più capaci di canalizzare le piene derivanti dalle piogge, pur eccezionali come quelle dei giorni scorsi; di suolo divorato da metastasi di calcestruzzo; di campagne abbandonate a se stesse, e dunque ormai prive di qualsiasi ruolo di equilibrio idro-geologico, in nome della proliferazione neoplastica di alberghetti, pensioncine, b&b per attrarre branchi di turisti, molti dei quali sedicenti “sostenibili”.

E che queste dinamiche scellerate, in parte, non riguardino direttamente le Cinque Terre ma solo i territori vicini cambia di poco o punto il senso complessivo del discorso.

Qualche anno fa ho fatto parte anch’io del branco di cui sopra, della sua parte più “ecologicamente corretta”.

Sono rimasto incantato dall’acqua limpidissima del santuario dei cetacei, dalla scenografia pastello delle casette che declinano verso il mare, dal trenino che porta i visitatori e i loro bagagli nel borgo di Riomaggiore, rigorosamente vietato alle automobili, dal lirico sentiero dell’amore; sono stato deliziato dallo sciacchetrà e dalle alici di Monterosso (4 microcrostini 15 euro) degustate insieme ad un bicchiere di Vermentino di fronte a quel mare incontaminato.

E, forse, l’incanto eco-sostenibile, o presunto tale, di Riomaggiore mi ha suggestionato, mi ha fatto abbassare lo spirito critico ambientalista.

Non mi ha fatto porre alcuna domanda sul numero enorme di b&b che punteggiavano tutto il minuscolo centro storico (tra i quali v’era quello nel quale alloggiavo io, ovviamente); sulla quantità di “ospiti” che quelle strutture ricettive avrebbero potuto accogliere. Su quella che, invece, avrebbe potuto “sostenere” senza danni un ambiente peculiarissimo come quello di quel paesino.

Il gusto sapido delle alici di Monterosso, forse, ha impregnato di sé non solo le mie papille gustative, ha sviato la prima sensazione, quella più immediata, che mi provocò la prima immagine della stessa Monterosso, il paese più noto delle Cinque Terre: la fungaia di ombrelloni sulla spiaggia che mi ricordò epidermicamente la riviera Romagnola.

Forse bisognerebbe tenere la guardia alta anche quando si va in un Parco naturale.

Forse occorrerebbe provare a guardare oltre la cartolina naturalistica, per capire se si tratta davvero di una zona protetta. Per comprendere chi sono i suoi protettori. E per capire chi protegge quel territorio dai suoi protettori.

Forse si dovrebbe esplorare qualche itinerario “eccentrico” anche rispetto a quelli certificati come ecologici, per non dire ecologistici.

Forse sarebbe necessario provare a capire davvero quale sia complessivamente l’impronta ecologica di ogni nostro viaggio, almeno di quelli di piacere; soprattutto se sommata a quelle di migliaia di altri piedi che calcano quello stesso suolo, magari anche questi mossi da spirito di eco-compatibilità.

Forse coloro che davvero nutrono ambizioni di responsabilità dovrebbero abbandonare l’idea di poter andare sempre ovunque, perché ci sono posti, ecosistemi, troppo delicati per poter sostenere l’arrivo di tutti coloro che vorrebbero anche solo cantarne le lodi per la sostenibilità.

Forse l’idea che la mia libertà di “girare, vedere gente, muoversi, conoscere, fare cose”, non debba subire limiti è solo uno dei tanti epifenomeni del pensiero unico neo-liberale, e neanche tra i meno sgradevoli.

Forse, come insegnavano i sussidiari della scuola elementare dei miei tempi, quando si va in un posto nuovo occorrerebbe prima di tutto capire quante persone vi lavorano la terra, quali sono i prodotti tipici di quest’ultima e in che condizioni sono le terre di quel luogo.

In quel viaggio, dopo le Cinque Terre, feci tappa a Boves, una delle tante città martiri dell’occupazione nazista dopo l’8 settembre.

Non avevo immaginato nessun legame tra la prima parte del mio viaggio e la seconda.

Forse, nel mio cammino vacanziero di quell’anno, senza conoscerla, stavo visualizzando concretamente quella geniale intuizione di Andrea Zanzotto per la quale il dopoguerra, in molti posti, ha segnato il passaggio dai campi di sterminio allo sterminio dei campi.

Fasano, 28\10\2011

Stefano Palmisano

Gentilissima ... Lavinia, questa volta ... per un altro sprazzo di vita!

E-mail Stampa PDF

NotaiGentilissima......

Esistono quattro categorie di persone che girano per gli studi a chiedere preventivi, o, almeno, tante ne ho catalogate io. La prima specie, che Iddio la benedica, composta però (ahimè) da uno sparuto dieci per cento, è formata da coloro che, appena conosciuto il costo dell'atto, lasciano la documentazione conferendomi subito l'incarico. C'è poi un secondo dieci per cento, e anche su questi ricada la benedizione del cielo (... ma in quantità meno copiosa) che, preso atto dell'importo, saluta per poi tornare dopo qualche settimana e fissare l'appuntamento per la stipula. Sono coloro che, quando si sono seduti alla mia scrivania, non avevano ancora completato il giro delle sette chiese e quindi non conoscevano ancora l'onorario percepito dagli altri colleghi. Il fatto che siano tornati è indice, al tempo stesso, di una vittoria (ho vinto l'appalto!) e di una sconfitta (sono stata il notaio più a ... buon mercato).

Il grosso dei viandanti, un enorme settanta per cento, è rappresentato da coloro che hanno già un preventivo raso terra in tasca, ma ancora ci provano ( ... "non si può mai sapere: hai visto mai che questo notaio voglia emulare S. Francesco ed aiutare i poveretti che acquistano una casa, una villa, un'azienda???)

Con costoro l'incontro è rapidissimo; ascoltano infatti con malcelato fastidio tutte le spiegazioni su come viene tassato l'atto, quanto va alle Entrate, quanto al notaio...ecc.. ecc.. Loro hanno già sbirciato il totale, concludendo che S. Francesco non abita qui, per cui non vedono l'ora di togliere il disturbo.

E veniamo all'ultima categoria, il residuo dieci per cento, quella che più mi colpisce, quella più tormentata. Essa è composta da un gruppo di persone sensibili ed educate, le quali non stipuleranno mai da me, ma proprio per questo hanno la morte nel cuore ed un grosso senso di colpa nella mente. Spiego meglio: nel mio studio i preventivi li faccio tutti e solo io e li stendo, con pazienza certosina, spiegando al potenziale cliente una per una tutte le voci che concorrono a formarlo. E' evidente che a questo gruppo di gentiluomini (e gentildonne), già forniti di preventivo più basso di quel che risulta essere il mio, il meccanismo non è stato spiegato con uguale precisione, disponibilità e chiarezza.

Da qui la loro meraviglia, cui segue subito, a cascata, una serie di altri sentimenti di diverso tipo: leggera rabbia perché nell'altro (o negli altri) studi non è stato detto loro nulla di più che non fosse il costo totale dell'atto (e magari anche da un impiegato); gratitudine per la poveretta che si affanna a far loro comprendere tutte le varie voci; senso di colpa perché dalla suddetta poveretta essi sanno bene che non stipuleranno mai.

E' così, turbati e a disagio, pensano di colmare il piccolo baratro che si è creato tra il mio preventivo e la loro scelta con quel terribile, avvolgente e nefasto complimento: "GENTILISSIMA, lei è davvero gentilissima, grazie!"

Ecco, appena sento questo terribile parola ho la certezza che quell'atto non si farà mai da me. Che poi, devo dire, c'è una povertà di linguaggio nel mondo che fa paura.

Ci fosse uno, infatti, che utilizzasse un aggettivo diverso; niente! Nessuno che dica ad esempio "molto cortese" o "davvero professionale" o addirittura "chiara e puntuale".

No, sempre e solo "gentilissima", più o meno come l'incipit dei messaggi dell'ing. Iacono (.. "Egregi notai"... siamo sempre e solo "Egregi").

L'altro giorno un distinto signore, appartenente appunto a questa ultima categoria di "preventivanti", alzandosi per andarsene, ha continuato a proferire la temuta parola fino alla porta, dove è arrivato inchinandosi e camminando all'indietro, e finendo così per sbattere la testa contro lo spigolo. Il botto è stato forte, ciò nonostante lui non ha fatto neanche una piega; ha continuato a ringraziare e a lodare la mia gentilezza.

Che tenerezza no? In fondo devo ammettere che, se non ci fosse alla base una vile questione di denaro, tutti costoro stipulerebbero da me.

Non è colpa loro se io non sono abbastanza economica, ma solamente .... gentilissima.

Lavinia Vacca

Cazzullo? Se questo è un giornalista… una presa di posizione di A. Perrucci verso chi abusa del Sud.

E-mail Stampa PDF

Regno delle dueSicilieNel mentre un’allegra compagnia dei soliti noti, riunita al Circolo Savoia, si sbizzarriva nella ricerca dei più altisonanti aggettivi da accostare alla figura di Cavour nella  corsa al più meritevole e quindi al più lecchino della storiografia risorgimentale, a scombinare il tutto ecco d’improvviso l’intervento di un certo Aurelio De Laurentis, presidente del Napoli calcio e purtroppo napoletano e sudista verace. Il De Laurentis ha osato definire Garibaldi uno scippatore delle ricchezze del Sud, un mariolo una testa di legno, longa manus dei suoi mandanti e reali saccheggiatori oltre che assassini dei meridionali: la razza maledetta dei Savoia. Reazioni a dir poco isteriche quelle dei custodi delle sacre verità risorgimentali, i Galasso,i Galli Dalla Loggia lo stesso presidente della Laterza (editore del libro su Cavour), ma quella che più ha colpito è stata dello storico (solo perché docente universitario?) e meridionale Luigi Compagna il quale quasi un “galantuomo” del 1860 scrive: “ i Napoletani gli chiedono (a De Laurentis) un interessamento ai problemi di Napoli e non alla storiografia”. Già, è vero, i Napoletani e il Sud non stiano a porsi domande sul passato, troppo ignoranti, inutile star loro a spiegare o approfondire quanto gli abbecedari delle scuole primarie inculcano da 150 anni, con la complicità e/o l’infingardaggine di schiere di docenti ignoranti e supponenti. Infatti solo considerando ignoranti i propri lettori che un certo Cazzullo dalle pagine del Corsera (da non confondere con  il Corsera di Albertini) può dare stura alla serie delle “cazzullate” e rimpolpare una già copiosa “cazzulleide”. Infatti il nostro fine scrittore sul Corsera del 15 c.m. spara ad alzo zero contro De Laurentis reo di tentato revisionismo contro le oramai note anche ai bambini “puttanate risorgimentali”. E così il piemontese Cazzullo, tra una spalmata di nutella  e un gianduiotto tra i denti difende quell’anima prava di Garibaldi, negriero, ladro del denaro del Sud e massone per chi scrive, eroe senza macchia e senza paura per il savoiardo corrierista e carrierista, un sacco di fave, una cassa di baccalà poche sementi e l’esilio di Caprera, acquistata con i ricavi del commercio di schiavi cinesi. Basta con Garibaldi, c’è di meglio se un Cazzullo arriva a scrivere che si è vero che il Sud aveva più oro di tutti gli Stati preunitari ma che era oro del Re delle Due Sicilie e non dello Stato. Basterebbe questo per chiedere all’ordine dei giornalisti la radiazione di Cazzullo per 30 anni. E comunque quei 443 milioni di lire in oro fu depredato e da Garibaldi e in massima parte dai virtuosi piemontesi, ma su questo il Cazzullo sorvola. Cavour in testa. L’appannaggio di quel macellaio  di Vittorio Emanuele II era ben superiore a quello della regina Vittoria, inoltre i Savoia si appropriarono anche dei beni personali del Re Francesco II e della dote delle sue sorelle principesse Borbone Due Sicilie. Un Borbone non era un Savoia come il nano Vittorio Emanuele III il quale depositava i suoi denari presso la banca di Inghilterra e addirittura acquistava titoli del “ Prestito della Vittoria” emesso dalla  Gran Bretagna per finanziare la guerra, un Savoia che prestava soldi ad un nemico contro i suoi soldati. Un savoiardo, un piemontese, un’ icona di Cazzullo. E dopo i soliti richiami alla ferrovia Napoli Portici (un giocattolo del Borbone), e solite amenità varie, ecco da parte del Cazzullo la carezza sempre pelosa verso Napoli e il Sud. Un richiamo alla Napoli di Eduardo, alla fantasia, all’estro e alla creatività di questa città, senza sorvolare sull’ostilità dei meridionali verso lo Stato e sullo scarso senso civico. Insomma la solita solfa, da una crisi si esce tutti insieme o non se ne esce affatto. Parole sante caro Cazzullo, ma sono solo parole. Da 150 anni siamo stati esclusi da ogni possibile rinascita del Sud ( dopo il crollo provocato da rapine nordiste e 10 anni di guerra), da 150 anni siamo stati sfruttati e calunniati. Se 150 anni orsono, borghesia agraria meridionale e finanza padana strinsero quel patto scellerato che metteva fine al Regno, oggi dopo un secolo e mezzo quel patto è sempre più forte e lega la lobby economico finanziaria padana ad una classe politica del Sud incapace e servile . De Laurentis? Magari.

19.06.2011


E' la mia risposta ad un articolo a firma di Cazzullo comparso sul Corsera in data 15 c.m. "Il vento del Sud che non aiuta il Paese".

Grazie per l’attenzione  Perrucci Antonio

Pagina 1 di 7

  • «
  •  Inizio 
  •  Prec. 
  •  1 
  •  2 
  •  3 
  •  4 
  •  5 
  •  6 
  •  7 
  •  Succ. 
  •  Fine 
  • »

Scelta della Scuola Secondaria Superiore

LibriScuola Secondaria Superiore

 

Guida (.pdf)

Offerta formativa (.pdf)

Fonte: Provincia di Brindisi

VI Convegno Nazionale di Grafologia

Istituto di Grafologia Forense - MesagneISTITUTO DI
GRAFOLOGIA FORENSE

Via Gramsci 13
72023 Mesagne (Br)

VI CONVEGNO NAZIONALE
Castello Normanno-Svevo
Mesagne (Br) 3-4-5 settembre 2010
Programma e iscrizioni:
>>>