Tra i pochi piaceri rimasti pressoché immutati (nel senso che la loro capacità di dare gioia non è stata contaminata da un modernismo esasperato) c’è,a mio avviso, il teatro.
Poter vedere ed ascoltare l’attore da vicino, soppesarne l’effettiva bravura ( a teatro non si può bluffare), ridere a battute senza tempo o commuoversi al triste destino d’un personaggio sfortunato, immedesimarsi per una sera nella personalità di Medea, di Filumena Marturano o di Nora, la moglie-bambina di Ibsen, dimenticando per tre ore gli affanni e le miserie del quotidiano, sono un piacere impagabile. Un piacere per cui si può ben fare qualche sacrificio. Ecco...proprio di questo vorrei parlare, di un sacrificio, che a ben vedere è un’umiliazione, che non dovrebbe mai essere richiesto alla categoria degli spettatori. Mi spiego meglio: la scorsa settimana è iniziata la stagione teatrale del Comunale di Mesagne. Primo titolo in cartellone “Un ispettore in casa Birling” per la regia di Giancarlo Sepe. Interpreti Paolo Ferrari ed Andrea Giordana. Consentitemi una divagazione nostalgica e personale. Andrea Giordana è stato un mito per noi “ragazze” degli anni cinquanta. Giovanissimo e bellissimo, Giordana diede vita ad un’edizione televisiva del “Conte di Montecristo” divenuta storica, tant’è che recentemente l’Espresso l’ha riproposta in DVD. La sua carriera non è stata esaltante; è stato (ed è) un ottimo attore di teatro con qualche piccolissima incursione in televisione, ma niente che lo avvicinasse alle masse. Ciò nonostante in tutti coloro che seguirono quella sua prima prova importante, è rimasto vivo il ricordo del suo fascino, di uomo e di attore. Potete dunque immaginare con quale entusiasmo abbia deciso di prendere i biglietti per la commedia che veniva a recitare a Mesagne. Ma “prendere i biglietti” non è impresa facile; infatti è stato convenuto (non so da chi, se dal Comune o da un qualche Ente preposto all’amministrazione del Teatro) che i biglietti venissero venduti solo dopo aver completato la campagna abbonamenti. In termini di tempo...un’ora prima dell’alzata del sipario. A dirla fuori dai denti, il discorso era questo: “se t’interessa la commedia, vieni al teatro e ti metti in fila; se salta fuori una poltrona hai il biglietto, altrimenti te ne torni a casa e Giordana te lo vedi sul DVD dell’Espresso”. Ora...intendiamoci: a me di fare la fila per assistere ad una recita è capitato più di una volta, ma le condizioni erano nettamente diverse. Quando ero all’Università, a Napoli, ad esempio, Eduardo usava dedicare alcune recite agli studenti, a prezzo ridottissimo e con la possibilità, alla fine della commedia, di interagire con lui che si fermava sul proscenio per rispondere a qualche domanda o, come più spesso accadeva, per recitare qualcuna delle sue poesie. Ma i biglietti venivano messi in vendita tre o quattro giorni prima della recita, per cui sapevi benissimo se saresti poi riuscita o no ad assistere alla rappresentazione. Qui si chiedeva ad una vecchia signora (ed a chiunque avesse interesse a quella commedia) di piazzarsi sotto il teatro un’ora prima del sipario e “mendicarne” l'ingresso. A me sembra una cosa innanzitutto umiliante per gli spettatori, e poi per niente consona alla cultura teatrale. Ho torto?
Mesagne, 4 dicembre 2009
Lavinia Vacca
ndr. E il caso di dir: O tempora, o mores! e pensare che Pericle, quale pubblico amministratore pagava gli ateniesi perché assistessero alle rappresentazioni teatrali!!









Scuola Secondaria Superiore
ISTITUTO DI