Come non condividere le riflessioni di Elio Galiano? Come non apprezzare la gustosa rappresentazione di un angolo di paese fatta da Kalumet? Mi sembra, però, che la sua prosa così accattivante, nella sua piana decifrazione della realtà mesagnese, nasconda l’insidia della semplificazione. Non vorrei che queste mie considerazioni sminuiscano le sue, né quelle di Galiano; concordo con loro. Mi permetto soltanto di proporre ulteriori argomentazioni (senza scomodare la psicologia del profondo).
Nella prosa di Kalumet traspare un senso di rassegnazione; o di ineluttabilità? E forse anche l’idea che qualcuno possa coltivare la speranza di un “capopopolo” di sinistra. La domanda pare legittima: Berlusconi può essere sostituito da un suo simile di sinistra? Ma, per darmi una risposta…, ci ragiono un po’ su.
Intanto, io distinguerei i due livelli: quello locale e quello nazionale, benché abbiano molti punti di contatto. Kalumet ha scritto che il problema di Mesagne è che non ha ancora trovato il suo “capo”: uno come De Francesco, Santo Semeraro, Bardaro…. Ma, caro amico, stai parlando di un’altra era politica, quando erano i partiti a definire i “capi”! Tutto questo è stato spazzato via dalla nuova legge elettorale, che ha imposto la leaderizzazione della politica. Per cui assistiamo, a livello locale e nazionale, al ritorno all’Ottocento. A Mesagne, abbiamo l’esempio eclatante di Antonio Profilo, che nei decenni finali dell’Ottocento costruì un partito sulla sua persona; ma non era un partito vero. Come non erano veri i partiti costruiti a livello nazionale nell’Ottocento. Ad eccezione del Partito Socialista e del Partito Popolare, i partiti dell’Italia pre-fascista erano tutti costruiti attorno ai feudi di alcuni notabili. Feudi che furono rafforzati, o rinnovati, oppure rifatti ad hoc, durante il fascismo. Nell’Italia repubblicana, la grossa novità fu la costruzione della volontà popolare, ossia dei Governi Nazionali e Locali, attorno ai partiti nazionali: Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Comunista, Partito d’Azione, Partito Liberale, Partito Monarchico, Movimento Sociale, ecc. Fu così che venne messa in primo piano la capacità di una comunità di rappresentarsi a livello politico. Per Mesagne, ma anche per tutte le altre comunità locali, vi fu un periodo intenso di risveglio che portò alla creazione di un ceto dirigente, sia borghese che operaio e contadino. Fu vera democrazia? Fino ad una certa data (anni settanta?), sì. Poi, passati gli entusiasmi, i partiti divennero chiuse combriccole dei soliti personaggi: una democrazia appaltata a pochi politicanti. E lo dico per tutti i partiti, anche quelli di sinistra. Così, il ceto dirigente mesagnese si è via via assottigliato, ha perso spessore qualitativo e quantitativo.
Alla fine degli anni ’80, arrivò al potere la sinistra, all’inizio aperta a 360 gradi, ma poi sempre più chiusa nel proprio fortino, in una gestione miope e limitata del potere. Nei primi anni si parlò di “Rinascimento mesagnese”, si additò il modello-Mesagne quale esempio da proporre agli altri Comuni se non, addirittura, a livello nazionale. Ma, in breve tempo, il governo di sinistra finì per scopiazzare la vecchia DC, occupando le istituzioni, e rifuggendo sempre più dal movimento di base. Il partito in esso dominante, PCI-PDS-PD, come la vecchia DC, si immedesimò con le istituzioni “conquistate”. I suoi maggiorenti, con furbesche manovre, assimilarono e neutralizzarono i pezzi sopravvissuti di PSI, DC e “cani sciolti”. La personalizzazione della politica ha fatto il resto: il “capo” di turno si è sentito nel diritto di interpretare, lui e solo lui, il suo “popolo”. Da questa chiusura è nato il malcontento di coloro che si sono spostati a destra, interpretato da persone miti come Incalza, ma spinte a fare il “capo-popolo” da gente esasperata. Credo che la questione a Mesagne stia qui: l’assenza di un ceto dirigente che si proponga apertamente all’altezza dei tempi. Vediamo tuttora, tranne qualche eccezione, un ceto politico che considera la propria missione come occupazione dell’apparato amministrativo, invece che come servizio. E qui, mi dispiace, ma devo registrare che lo spoil system è perpetrato anche dalla Sinistra, i furbetti ed i furbastri ci sguazzano anche là; l’essenza del berlusconismo è proprio questa. E, purtroppo, il sistema sociale ed economico ne è così pervaso che anche le sinistre si sono adagiate ad esso. Usando gli stessi metodi, con quale credibilità possono opporsi all’avversario?
Il berlusconismo, invece, che cos’è? È la presa d’atto della trasformazione anche dell’Italia in nazione “opulenta” e dei cittadini in semplici consumatori. È il compimento di ciò che Pasolini, nel 1973, chiamava “edonismo di massa”, additandolo come “nuovo fascismo”. [Ed è su questa trasformazione antropologica involutiva che si può e si deve chiedere l’aiuto di Freud. E non solo] È il simbolo vivente del motto capitalista: «Arricchitevi». È l’interpretazione degli appetiti più egoisti della nostra nazione. È il riempimento del vuoto creato dalla crisi dei partiti. È lo stravolgimento delle regole, è la politica dei furbetti, della raccomandazione, degli amici degli amici. Insieme alla difesa dei suoi interessi personali, Berlusconi difende gli interessi dei piccoli politicanti, delle combriccole di vario tipo, degli interessi particolari sparsi per la nostra penisola. In questa maniera vengono mortificati gli interessi della stragrande popolazione, dei giovani, degli imprenditori onesti, degli uomini di cultura. L’Italia attuale non è Berlusconi! È tutto quello che lo sostiene e si sostiene con lui. Anche a livello nazionale, è aperta una grande questione: abbiamo un ceto dirigente rappresentativo della nazione e all’altezza dei tempi? Ancora una volta, credo che prevalga la rassegnazione, in coloro che potrebbero aspirare a porsi alla testa del rinnovamento. Forse bisognerebbe esaminare con la massima attenzione la trasformazione avvenuta negli anni ’80, col pentapartito e con Craxi. E con la resa ingloriosa del PCI al motto capitalista di cui dicevo prima. [Non si è ancora riflettuto abbastanza su quella che fu una vera e propria resa al sistema.] Se ancora negli anni ‘70 il ceto politico era rappresentativo della nazione, negli anni ’80 assistemmo all’uso del potere di interdizione da parte di Craxi. In quel nuovo frangente, Craxi fu talmente abile da far pesare il proprio partito molto di più del proprio peso politico; in tal modo riuscì a porre i suoi uomini nei punti chiave dell’apparato economico, e negli Enti che contano. La messa in moto di un fiume di soldi fu il logico corollario. La conseguenza fu un senso di impunità, giocato mediaticamente anche con l’aiuto di Mediaset. Fu l’unico esempio in Europa di un sistema democratico stravolto in sistema di corruzione.
Il berlusconismo ha raccolto e perfezionato l’eredità di Craxi. Se non diciamo questo con nettezza, non chiariremo mai, né a chi ha vissuto in prima persona lo smarrimento di quegli anni, né alle nuove generazioni, che cosa è avvenuto. Lo scollamento della politica dalle popolazioni, la crisi della rappresentatività, partono dagli anni ’80: in quegli anni avviene la trasformazione della politica di governo in business, comincia la negazione del sistema dei partiti, si avvia la trasformazione della democrazia in videocrazia. Dopo pochi anni, con Berlusconi, tutto questo ha fatto un salto di qualità (o meglio di nefandezza). Egli ha tentato di far vedere come negativa la rappresentatività; come “perdita di tempo” la discussione politica, come positiva l’impostazione aziendalistica della politica. I “partiti” da lui creati (ma si tratta di partiti?) sono stati semplicemente fatti da persone da lui scelte in base a requisiti di: sudditanza, fotogenicità, spregiudicatezza. Non già in base alla rappresentatività degli iscritti o degli elettori. In tutto questo è arrivata la legge-porcellum, che dà il potere di scegliere i candidati ai segretari dei partiti. Era proprio quello che serviva a Berlusconi. Questa è la negazione della stessa volontà popolare. Come mai i partiti della sinistra non hanno levato gli scudi contro questa legge? Essa spiana la strada al progetto di Berlusconi, che è lo spadroneggiamento assoluto, privo dei freni della legge, sul modello russo di Putin. C’è stato un referendum, è vero…, ma bisognava insorgere subito.
Non credo che il popolo di destra voglia abdicare ai suoi diritti. E il caso Fini, seppur tardivo, sta a dimostrarlo. Penso che non sappia bene verso quale direzione stiamo andando.
La legge-porcellum ha creato una mostruosità giuridica, ha stravolto di fatto la Costituzione democratica, storcendo la barra verso un leaderismo di tipo sudamericano. Unico esempio, in Europa, di Primo Ministro eversivo. Ecco perché un Berlusconi di sinistra sarebbe una contraddizione vivente. Come dire: una pioggia che non bagni; un nero bianco. Ciò non toglie, beninteso, che possa avere un successo popolare. Ma, ahinoi! E, poi, se entriamo nel merito, la politica di Vendola nella Regione Puglia, dopo 5 anni, quali grandi novità ha prodotto? specialmente nel settore della cultura? Anzi, la faccenda grave nella sinistra è che, diversamente dal vecchio PCI, questa nuova non ha un chiaro e solido programma nell’ambito culturale, a Mesagne come a Bari. Ma su questo mi soffermerò, con ampia documentazione, un’altra volta.
C’è, però, un’altra questione: le forze politiche democratiche stanno mettendo in atto le loro potenzialità democratiche e di partecipazione popolare? Sono rimasto colpito dall’attentato alla deputata americana Gifford davanti ad un supermercato. Ma questo avvenimento doloroso mi ha fatto pensare che in Italia non c’è nessun deputato che si abbassi ad incontrare periodicamente i suoi elettori nei luoghi dove è più facile incontrarli. Vedete, un parlamentare americano ha un potere di almeno 10 parlamentari italiani; eppure, con umiltà, la Gifford stava lì, di sabato, davanti ad un supermercato, a parlare ai suoi concittadini. Mi inchino davanti a questa donna.
10 gennaio 2010 - Domenico Urgesi












Scuola Secondaria Superiore
ISTITUTO DI