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Racconti ed Esperienze di vita

Una finestra sul cortile

(a cura di Lavinia Vacca)

Dmitri Danish Rome Courtyard. Dipinto

La ventennale crisi generale del sistema e un lento scivolare nella palude. (di Domenico Urgesi)

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homo vidensCome non condividere le riflessioni di Elio Galiano?  Come non apprezzare la gustosa rappresentazione di un angolo di paese fatta da Kalumet? Mi sembra, però, che la sua prosa così accattivante, nella sua piana decifrazione della realtà mesagnese, nasconda l’insidia della semplificazione. Non vorrei che queste mie considerazioni sminuiscano le sue, né quelle di Galiano; concordo con loro. Mi permetto soltanto di proporre ulteriori argomentazioni (senza scomodare la psicologia del profondo).

Nella prosa di Kalumet traspare un senso di rassegnazione; o di ineluttabilità? E forse anche l’idea  che qualcuno possa coltivare la speranza di un “capopopolo” di sinistra. La domanda pare legittima: Berlusconi può essere sostituito da un suo simile di sinistra? Ma, per darmi una risposta…, ci ragiono un po’ su.

Intanto, io distinguerei  i due livelli: quello locale e quello nazionale, benché abbiano molti punti di contatto.  Kalumet ha scritto che il problema di Mesagne è che non ha ancora trovato il suo “capo”: uno come De Francesco, Santo Semeraro, Bardaro…. Ma, caro amico, stai parlando di un’altra era politica, quando erano i partiti  a definire i “capi”! Tutto questo è stato spazzato via dalla nuova legge elettorale, che ha imposto la leaderizzazione della politica. Per cui assistiamo, a livello locale e nazionale, al ritorno all’Ottocento. A Mesagne, abbiamo l’esempio eclatante di Antonio Profilo, che nei decenni  finali dell’Ottocento costruì un partito sulla sua persona; ma non era un partito vero. Come non erano veri i partiti costruiti a livello nazionale nell’Ottocento. Ad eccezione del Partito Socialista e del Partito Popolare, i partiti dell’Italia pre-fascista erano tutti costruiti attorno ai feudi di alcuni notabili. Feudi che furono rafforzati, o rinnovati, oppure rifatti ad hoc, durante il fascismo. Nell’Italia repubblicana, la grossa novità fu la costruzione della volontà popolare, ossia dei Governi Nazionali e Locali, attorno ai partiti nazionali: Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Comunista, Partito d’Azione, Partito Liberale, Partito Monarchico, Movimento Sociale, ecc. Fu così che venne messa in primo piano la capacità di una comunità di rappresentarsi a livello politico. Per Mesagne, ma anche per tutte le altre comunità locali, vi fu un periodo intenso di risveglio che portò alla creazione di un ceto dirigente, sia borghese che operaio e contadino. Fu vera democrazia? Fino ad una certa data (anni settanta?), sì. Poi, passati gli entusiasmi, i partiti divennero chiuse combriccole dei soliti personaggi: una democrazia appaltata a pochi politicanti. E lo dico per tutti i partiti, anche quelli di sinistra. Così, il ceto dirigente mesagnese si è via via assottigliato, ha perso spessore qualitativo e quantitativo.

Alla fine degli anni ’80, arrivò al potere la sinistra, all’inizio aperta a 360 gradi, ma poi sempre più chiusa nel proprio fortino, in una gestione miope e limitata del potere. Nei primi anni si parlò di “Rinascimento mesagnese”, si additò il modello-Mesagne quale esempio da proporre agli altri Comuni se non, addirittura, a livello nazionale. Ma, in breve tempo, il governo di sinistra finì per scopiazzare la vecchia DC, occupando le istituzioni, e rifuggendo sempre più dal movimento di base. Il partito in esso dominante, PCI-PDS-PD, come la vecchia DC, si immedesimò con le istituzioni “conquistate”. I suoi maggiorenti, con furbesche manovre, assimilarono e neutralizzarono i pezzi sopravvissuti di PSI, DC e “cani sciolti”.  La personalizzazione della politica ha fatto il resto: il “capo” di turno si è sentito nel diritto di interpretare, lui e solo lui, il suo “popolo”. Da questa chiusura è nato il malcontento di coloro che si sono spostati a destra, interpretato da persone miti come Incalza, ma spinte a fare il “capo-popolo” da gente esasperata. Credo che la questione a Mesagne stia qui: l’assenza di un ceto dirigente che si proponga apertamente all’altezza dei tempi. Vediamo tuttora, tranne qualche eccezione, un ceto politico che considera la propria missione come occupazione dell’apparato amministrativo, invece che come servizio. E qui, mi dispiace, ma devo registrare che lo spoil system è perpetrato anche dalla Sinistra, i furbetti ed i furbastri ci sguazzano anche là; l’essenza del berlusconismo è proprio questa. E, purtroppo, il sistema sociale ed economico ne è così pervaso che anche le sinistre si sono adagiate ad esso. Usando gli stessi metodi, con quale credibilità possono opporsi all’avversario?

Il berlusconismo, invece, che cos’è? È la presa d’atto della trasformazione anche dell’Italia in nazione “opulenta” e dei cittadini in semplici consumatori. È il compimento di ciò che Pasolini, nel 1973, chiamava “edonismo di massa”, additandolo come “nuovo fascismo”. [Ed è su questa trasformazione antropologica involutiva che si può e si deve chiedere l’aiuto di Freud. E non solo] È il simbolo vivente del motto capitalista: «Arricchitevi». È l’interpretazione degli appetiti più egoisti della nostra nazione. È il riempimento del vuoto creato dalla crisi dei partiti. È lo stravolgimento delle regole, è la politica dei furbetti, della raccomandazione, degli amici degli amici. Insieme alla difesa dei suoi interessi personali, Berlusconi difende gli interessi dei piccoli politicanti, delle combriccole di vario tipo, degli interessi particolari sparsi per la nostra penisola. In questa maniera vengono mortificati gli interessi della stragrande popolazione, dei giovani, degli imprenditori onesti, degli uomini di cultura. L’Italia attuale non è Berlusconi! È tutto quello che lo sostiene e si sostiene con lui. Anche a livello nazionale, è aperta una grande questione: abbiamo un ceto dirigente rappresentativo della nazione e all’altezza dei tempi?  Ancora una volta, credo che prevalga la rassegnazione, in coloro che potrebbero aspirare a porsi alla testa del rinnovamento. Forse bisognerebbe esaminare con la massima attenzione la trasformazione avvenuta negli anni ’80, col pentapartito e con Craxi. E con la resa ingloriosa del PCI al motto capitalista di cui dicevo prima. [Non si è ancora riflettuto abbastanza su quella che fu una vera e propria resa al sistema.] Se ancora negli anni ‘70 il ceto politico era rappresentativo della nazione, negli anni ’80 assistemmo all’uso del potere di interdizione da parte di Craxi. In quel nuovo frangente, Craxi fu talmente abile da far pesare il proprio partito molto di più del proprio peso politico; in tal modo riuscì a porre i suoi uomini nei punti chiave dell’apparato economico, e negli Enti che contano. La messa in moto di un fiume di soldi fu il logico corollario. La conseguenza fu un senso di impunità, giocato mediaticamente anche con l’aiuto di Mediaset. Fu l’unico esempio in Europa di un sistema democratico stravolto in sistema di corruzione.

Il berlusconismo ha raccolto e perfezionato l’eredità di Craxi. Se non diciamo questo con nettezza, non chiariremo mai, né a chi ha vissuto in prima persona lo smarrimento di quegli anni, né alle nuove generazioni, che cosa è avvenuto. Lo scollamento della politica dalle popolazioni, la crisi della rappresentatività, partono dagli anni ’80: in quegli anni avviene la trasformazione della politica di governo in business, comincia la negazione del sistema dei partiti, si avvia la trasformazione della democrazia in videocrazia. Dopo pochi anni, con Berlusconi, tutto questo ha fatto un salto di qualità (o meglio di nefandezza). Egli ha tentato di far vedere come negativa la rappresentatività; come “perdita di tempo” la discussione politica, come positiva l’impostazione aziendalistica della politica. I “partiti” da lui creati (ma si tratta di partiti?) sono stati semplicemente fatti da persone da lui scelte in base a requisiti di: sudditanza, fotogenicità, spregiudicatezza. Non già in base alla rappresentatività degli iscritti o degli elettori. In tutto questo è arrivata la legge-porcellum, che dà il potere di scegliere i candidati ai segretari dei partiti. Era proprio quello che serviva a Berlusconi. Questa è la negazione della stessa volontà popolare. Come mai i partiti della sinistra non hanno levato gli scudi contro questa legge? Essa spiana la strada al progetto di Berlusconi, che è lo spadroneggiamento assoluto, privo dei freni della legge, sul modello russo di Putin. C’è stato un referendum, è vero…, ma bisognava insorgere subito.

Non credo che il popolo di destra voglia abdicare ai suoi diritti. E il caso Fini, seppur tardivo, sta a dimostrarlo. Penso che non sappia bene verso quale direzione stiamo andando.


La legge-porcellum ha creato una mostruosità giuridica, ha stravolto di fatto la Costituzione democratica, storcendo la barra verso un leaderismo di tipo sudamericano. Unico esempio, in Europa, di Primo Ministro eversivo. Ecco perché un Berlusconi di sinistra sarebbe una contraddizione vivente. Come dire: una pioggia che non bagni; un nero bianco. Ciò non toglie, beninteso, che possa avere un successo popolare. Ma, ahinoi! E, poi, se entriamo nel merito, la politica di Vendola nella Regione Puglia, dopo 5 anni, quali grandi novità ha prodotto? specialmente nel settore della cultura? Anzi, la faccenda grave nella sinistra è che, diversamente dal vecchio PCI, questa nuova non ha un chiaro e solido programma nell’ambito culturale, a Mesagne come a Bari. Ma su questo mi soffermerò, con ampia documentazione, un’altra volta.

C’è, però, un’altra questione: le forze politiche democratiche stanno mettendo in atto le loro potenzialità democratiche e di partecipazione popolare? Sono rimasto colpito dall’attentato alla deputata americana Gifford davanti ad un supermercato. Ma questo avvenimento doloroso mi ha fatto pensare che in Italia non c’è nessun deputato che si abbassi ad incontrare periodicamente i suoi elettori nei luoghi dove è più facile incontrarli. Vedete, un parlamentare americano ha un potere di almeno 10 parlamentari italiani; eppure, con umiltà, la Gifford stava lì, di sabato, davanti ad un supermercato, a parlare ai suoi concittadini. Mi inchino davanti a questa donna.

10 gennaio 2010  -  Domenico Urgesi

L'alienazione mentale delle moltitudini di Elio Galiano ... una riflessione di Kalumet.

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FreudL'articolo di Elio Galiano è interessante, trattato con un forte entroterra culturale frammisto ad una peculiare sensibilità.

Ritengo, comunque, che alcune cose vanno dette. L'uomo in genere, nelle sue necessità attiva i sistemi di difesa, così come diceva Freud, che si rivelano le “forche caudine” del comportamentismo umano. Non sono un esperto in psicologia ma le mie reminiscenze mi portano alla mente che il primo sistema di difesa è “la razionalità”, il secondo, sempre secondo Freud dovrebbe essere “la proiezione”.

L'uomo si proietta nel "capo" non importa chi sia, ma si proietta e si sente "capo" anche se, il più delle volte, non è proprio un "capo" ma un "capopopolo", diciamo il Masaniello se non Ciceruacchio!

Per questo, molte volte l’uomo si “proietta” in Gengis Khan, Stalin, Hitler, Mussolini quando la proiezione è in ambito nazionale, magari in Elio Bardaro quando l'ambito di riferimento è quello locale. Si sceglie un “capo”, lo si segue e si diventa paradossalmente “capo”!

Una delle motivazioni della crisi che dura a Mesagne da qualche decennio è che la classe politica locale, per quanti sforzi abbia fatto, non ha trovato ancora un nuovo capopopolo come ai tempi di Santo Semeraro, Antonio Rosario De Francesco, Elio Bardaro ed amministratori come Franco, Faggiano, Sconosciuto, Incalza non verranno ricordati (buon per loro!) come tali. L’Amministrazione non si valuta per le cose buone (se vogliamo anche cattive) ma per le persone, ripeto, in particolare, per i “capopoli”!

Le stesse motivazioni, in questi anni, le ritroviamo nella politica nazionale, e siamo costretti a subire il caso Berlusconi che infilatosi gradatamente in partiti che avevano valori, se ne è impossessato cercando di trarne benefici con un lavoro certosino attraverso strumenti di comunicazione interpretando prima ed imponendo, a seguire, i suoi target, i suoi interessi personali.

Al momento bisogna registrare una destra che assoggettata ad una persona ha dimenticato i propri valori che riportavano alla patria, alla famiglia, al lavoro magari in termini nazionalistici, condivisibili o meno, ma comunque valori. Ed al momento la presa di posizione di Gianfranco Fini deve essere letta come il tentativo di riportare, nel giusto alveo questi valori.

Potremmo parlare in lungo ed in largo su questa questione ma la questione non cambia e magari si troveranno altri elementi per giustificare l’atteggiamento del comune mortale nel rapporto con il “capo”.

Gradirei menzionare un esempio locale: un nostro concittadino che ha seguito sempre la politica, comunque non molto acculturato, ogni mattina io dico che “prende servizio”; verso le sette e mezzo, va a comprare “il Giornale”, quasi sempre alla stessa edicola, lo legge tutto (pure la pubblicità!) e poi fino a mezzogiorno lo ostenta in mano nei luoghi che maggiormente frequenta ... il bar, il barbiere, il suo supermercato “dok” e via di seguito. Ogni giorno!

Posso assicurare che si sente ogni mattina ... Berlusconi e questa situazione lo gratifica. Oserei dire che, questo modus vivendi, gli risolve tutti i problemi esistenziali, familiari della giornata!

A lui non importerà mai, con la pensioncina che percepisce con le poche esigenze che ha quali siano i problemi reali della nazione, del lavoratore, della gente meno abbiente, una questione del tipo ... Fiom!

E se interpellato prima di ricevere una ipotetica domanda dirà che non appartiene alla stirpe che conosce il “ ... latinorum” alla stessa stregua dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria. E continuerà a dire che Il “capo” è sempre il “capo” e che Berlusconi è unico, impareggiabile, perseguitato dalla giustizia ecc. ecc.. Nel suo delirio, purtroppo, si sente Berlusconi e nella cabina voterà sempre per Berlusconi perché è come se votasse per se stesso.

Poi ... Noemi? Rubj? la D’addario? ... beh! … così fan tutti!

E se per caso il “capo” dovesse scomparire se ne sceglie un altro.

Per questo ai grossi clamori, alle grosse piazze di seguaci, naturalmente segue sempre una fragorosa sconfitta.

A fare “piazza pulita” di Berlusconi non ci sarà bisogno dei comunisti in Cashemir, sarà la storia a fare la sua parte, ma dietro l’angolo c’è solo incertezza perché non c’è un altro Berlusconi, al momento, ipotizzabile!

La fortuna degli uomini è sempre sulle ginocchia degli Dei … purtroppo!

 

Kalumet

L’alienazione mentale delle moltitudini. (di Elio Galiano)

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Il CapoIn questi giorni ho riletto “Mussolini” dello storico inglese D. M. Smith. Durante la lettura un forte senso di indignazione ha scosso il mio animo. Credo che questo sentire colpisca ogni persona se si cimenta con la suddetta lettura. Qui di seguito riporto alcune valutazioni dello storico, riguardanti il dittatore italiano.

D.M. Smith - Mussolini  - C.E. Rizzoli
-  La sua speciale abilità consisteva nel raccogliere, a casaccio, le idee che si adattavano al pregiudizio o all’esigenza tattica del momento, e che con la stessa facilità venivano abbandonate una volta che la loro utilità era cessata.
-    Amava scandalizzare la gente con i modi anticonformistici ed il linguaggio volgare.
-    -Inventare di sana pianta una storia senza risvegliare il minimo sospetto nel lettore.
-    Il nocciolo essenziale della sua propaganda era l’idea che la politica parlamentare fosse una perdita di tempo.
-    Era sicuramente sensibile alle tentazioni del potere e dimostrò più volte che per ottenere il potere era disposto ad adattare i suoi principi
-    La proprietà del Popolo di Italia gli fornì il trampolino di lancio nella politica nazionale.
-    Era preoccupato della tattica e non delle idee
-    Era preso sempre dal desiderio di far colpo e di vestire tutti i panni per piacere ad ognuno.
-    Era di rado presemi te alle sedute della Camera rifiutava qualsiasi familiarità con gli altri deputati.
-    I diplomatici stranieri si fecero un’idea cattiva della sua serietà. Qualcuno lo giudicò un assurdo ometto da non prendere sul serio e chi lo giudicò un attore cinematografico di secondo ordine
-    adE. Hemingway gli apparve più interessato ai giornali che non alla discussione che si tenevano nella Camera.
-    I membri della delegazione italiana scoprirono che egli ignorava le tecniche basilari della diplomazia; nel negoziare mirava sempre al coup de theatre.
-    Abilissimo nel semplificare e volgarizzare le grandi questioni e n nell’ignorare ogni vincolo di coerenza. Il giornalismo contribuì a farlo eccellente in quel tipo di politica populistica verso cui era istintivamente attratto. Esse lo portarono al successo come uomo politico, anche se fecero di lui un cattivo statista.

Nella campagna elettorale del 1924  fece ricorso alla pratica usuale di promettere prodighe elargizioni; promesse di cui in futuro non risentirà più parlare

-    Dichiarò sempre che il suo regime era sopra la legge e che non “si fa processare se non dalla storia":
-    La fede era più utile del cervello. Nel partito non doveva esserci più posto alle critiche né per le correnti, ma soltanto una disciplina rigorosa imposta dall’alto una disciplina non formale ma “religiosa”
-    Descritto da un suo stretto collaboratore come persona che possedeva “ una meravigliosa attitudine a rappresentare le parti più diverse e contraddittorie una dopo l’altra
-    Un giorno diceva che la tal cosa è bianca; l’indomani affermava che è nera.
-    Si considerava il principale statista d’Europa e aveva messo il suo enorme intelletto al servizio del popolo. La sua persona doveva essere pertanto sacra ed inviolabile.
-    I ministri e i gerarchi si rendevano conto che il loro futuro era legato al suo. Senza di lui essi non erano nulla.
-    Il ministero degli Esteri veniva amministrato come se fosse un ministero della propaganda.
-    Si riconosceva la sua abilità nel manipolare la folla. “Uno deve sempre sapere colpire l’immaginazione popolare. Il segreto del governare sta tutto qui.
-    Detestava gli uomini di carattere e di cultura che avessero abbastanza coraggio da dissentire da lui.
-    Quando si denunciava la disonestà dei gerarchi preferiva ignorare l’accusa.
-    La dottrina del fascismo era giudicata dagli st4anieri un caos di contraddizioni, tenuto insieme dal bisogno di conservare il potere e quindi non un corpus da prendere sul serio.
-    Dovunque andasse era circondato da poliziotti. Quanto costasse questo servizio di vigilanza non sappiamo. Era protetto da un cordone sanitario che lo escludeva dal contatto col mondo ordinario
-    Il partito era in effetti privato della sua indipendenza e di ogni facoltà di iniziativa: il suo compito era di alienarsi, applaudire ed obbedire
-    Il fascismo faceva emergere gli indesiderabili, gli uomini senza principi, gli opportunisti, gli imbroglioni e i prepotenti.
-    Tutti sapevano  che il migliore passaporto per far carriera consisteva nel sorpassare il vicino in servile adulazione.
-    I ministri erano perfettamente e soddisfatti di considerarsi dei soldati il cui dovere era di ubbidire agli ordini e lo consideravano una persona che non sbagliava mai.
-    La rivoluzione fascista “deve incidere sul costume degli Italiani. I quali bisogna che imparino ad essere meno simpatici, per diventare duri, implacabili, odiosi. In altre parole padroni. Avessero più carattere  e non cervello qualche volta si spinse ad azzardare che ci voleva meno istruzione, gli analfabeti erano più coraggiosi dei dotti. Cioè padroni. Avessero più carattere  e meno cervello qualche volta si spinse ad azzardare che cui voleva meno istruzione, gli analfabeti erano più coraggiosi dei dotti.
-    Preferiva circondarsi di folle plaudenti e di cortigiani ammiranti sì da avere sicurezza che la sua autorità non era intaccata.
-    La sua scelta degli uomini cadeva sistematicamente sui mediocri e sugli adulatori

Ebbene mi chiedo:
-    Come mai gli uomini sentono il bisogno di rivolgersi ad un capo per la soluzione di urgenti problemi di ordine economico, politico e sociale?
-    Il bisogno del “capo”non è forse un’abnegazione del proprio io, una svendita della propria libertà e della propria capacità di agire e di scegliere?
-    Affidarsi totalmente al “capo” senza averne saggiato le capacità, le intenzioni e suoi meccanismi inconsci nonché le sue perversioni, i danni irrevocabili che può provocare alla comunità non è forse la rinuncia individuale alla propria capacità d di decidere al principio fondamentale del nostro essere, cioè alla propria dignità?
-    E’ forse la storia maestra vitae. No. Se nel corso della storia mondiale in modo ricorrente nel passato e nel presente si sono succeduti “capi” (basta citare Caligola, Nerone, Hitler, Stalin, Mussolini), che ha reso il loro paese un deserto, hanno ucciso, torturato, imprigionato tanta gente
-    Fromm giustamente parla di fuga dalla libertà attraverso alcune vie di fughe: quali il conformismo e la sottomissione.
Alunne considerazioni:
-    Tutti i “capi” hanno le stesse tendenze comportamentali: sono violenti, intolleranti, vendicativi, noncuranti del bene comune: Preferiscono la guerra alla pace e non tengono in nessun conto la cultura e disprezzano gli intellettuali.
-    Tuttora nel mondo ci sono e ci saranno “capi” di tale fatta. Purtroppo anche nella nostra Europa.
-    - Per individuarli basta paragonare i comportamenti di siffatti presunti “statisti” con quelli tracciati da Smith per Mussolini
Quale potrebbe essere lo strumento adatto per evitare che siffatti “ capi” occupino la scena della storia"
La democrazia, che è un sistema che oltre a creare le condizioni economiche, politiche, sociali e culturali per il pieno sviluppo dell’individuo, è uno stile di vita e dispone di giusti antidoti contro le degenerazioni politiche della scelta del capo.
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Anno Nuovo 2011

La rinunzia "parziale" all'eredità. Un altro sprazzo di vita raccontato da Lavinia Vacca

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Non ti pagoLe tre donne, madre e due figlie, entrano nella mia stanza scortate dall'avvocato. I volti accigliati e scuri rivelano subito la tensione che c'è tra loro. Sono tutte e tre vestite di nero, ma è un nero molto diverso; quello della madre, cinquant'anni scarsi,portati molto male, è il colore del lutto, quello che faceva carico anni fa alle donne che avevano perso una persona di famiglia.

Una gonna senza tempo, senza forma, che qualunque donna di mezz'età del sud, che non segue la moda, avrà nel suo armadio ed una giacchetta rimediata al bisogno in uno dei tanti mercati . Il nero delle figlie è invece quello di tendenza: pantaloni a vita bassa con maglietta, che non riesce a coprire la "ciambella di salvataggio" che racchiude i fianchi, per una; gonna corta stretch con maglioncino, ornato sul davanti dal nome della marca a caratteri brillanti, per l'altra.

Anche l'avvocato è una donna, ma una donna tutta particolare. Tanto per cominciare non veste mai di nero; è sui quarant'anni, ha un caschetto di capelli castani e due occhi veramente turchesi.

Ed è una peste.

Come può essere peste un ragazzino (o una ragazzina) terribile.

Lei ha sempre voglia di scherzare; tra l'altro è dotata di un umorismo sottile, che non sempre è compreso da tutti, infatti, del caso di cui vi sto parlando, non fu capito affatto.

Le tre donne erano venute da me per la rinuncia all'eredità relitta del rispettivo marito e padre che un bel giorno le aveva piantate in asso, lasciandole alle prese con una discreta serie di guai, tutti da lui realizzati, e se ne era andato a vivere in Toscana dove - pare - avesse continuato a far danni. Ecco perchè, consigliate dall'avvocato, avevano deciso di rinunciare ad un'eredità totalmente passiva.Non conoscevo i motivi di contrasto tra le donne (più che altro, tra la madre e le figlie), nè riuscivo ad intuirli.

Prima di leggere l'atto, diedi corso alle informazioni e alle richieste di rito.

"Siete sicure di non aver compiuto alcun atto che comporti accettazione?"

"No, no - risposero in coro - non abbiamo accettato nulla".

"Ricordatevi che la rinuncia è totale - continuai - non potete accettare una cosa e respingerne altre, non esiste la rinuncia parziale all'eredità"

A quel punto la madre osservò: "Se anche ci fosse stato qualcosa di valore in quest'eredità - e di sicuro non c'è - non l'avrei voluto lo stesso. Non voglio niente di quel mascalzone".

Il volto delle figlie da scuro che era divenne cupissimo.

"Pensate, avvocato, - continuò la madre rivolgendosi al legale - non lo vedevo da anni e la settimana scorsa me lo sono sognato. E dire che non mi era mai successo prima. L'ho sognato e mi ha dato dei numeri. Beh... da non crederci: li ho giocati ed ho vinto quattrocento euro. Alla faccia sua!"

"Eh, no, signora, mi dispiace - è l'incredibile risposta dell'avvocato, serissima peraltro - non ha sentito il notaio? Lei ora non può fare la rinuncia all'eredità - Ha già compiuto un atto che comporta accettazione - Non è vero, notaio?" Stupidamente, non valutando le conseguenze del gioco (e soprattutto non rendendomi conto che le persone coinvolte erano totalmente prive di senso dell'umorismo) rispondo "Certo, avvocato, è risaputo che i numeri dati in sogno dalla persona deceduta fanno parte dell'eredità; se uno li gioca, l'accetta tutta".

Non l'avessi mai detto: mi resi subito conto dello sconquasso provocato. Il volto della madre sbiancò; le due figlie saltarono su discettando sulla impossibilità della genitrice a rinunciare (cosa di cui sembravano, non ho capito perchè, notevolmente soddisfatte).

Lanciai all'avvocato uno sguardo di fuoco; lei conosceva le capacità intellettive delle sue clienti, avrebbe dovuto valutare le conseguenze prima di parlare. Per nulla turbata la "peste" iniziò, a spiegare alle tre donne che aveva scherzato... anzi purtroppo che avevamo scherzato, che anche la mamma poteva rinunciare validamente, che nessun codice faceva rientrare i numeri del lotto nella massa ereditaria.

Niente, le due figlie in "total black trendy" continuavano a strepitare. Mi venne così in mente una commedia, diciamo minore, di Eduardo De Filippo dove si parla appunto di numeri e di buonanime. Il protagonista è il titolare di un Banco Lotto che ha un impiegato antipatico e fortunatissimo al gioco. Una notte l'impiegato, che è andato a vivere in una casa precedentemente abitata dal suo datore di lavoro, sogna il defunto padre del suo titolare che gli dà quattro numeri. Li gioca e realizza una vincita colossale. Il proprietario del Banco Lotto, però, si rifiuta di pagargli la vincita (la commedia s'intitola appunto "Non ti pago") perchè ritiene che essa sia sua. I numeri sono stati, infatti, forniti da suo padre il quale, non sapendo del cambio di residenza, era apparso in sogno a quello che credeva suo figlio, nella loro vecchia casa di abitazione.

Ma quella era una commedia; possibile mai che nella vita vera qualcuno possa far dipendere diritti, doveri, conseguenze, poteri da un sogno?

Come Dio volle, riuscimmo, alla fine, a convincere le tre donne. L'atto fu firmato, le parti si alzarono, salutarono e uscirono. Stava per fare altrettanto anche l'avvocato - peste; la bloccai sulla porta, avevo una gran voglia di farle una lavata di testa, ma soprattutto di vietarle qualsiasi futuro "scherzo" con chi non è in grado di capirlo. "Ascolti avvocato..." iniziai. Non mi fece continuare.

"Sì, si ho capito, notaio. Stia tranquilla".

E se ne andò, ma con un sorrisetto birbante a mezza bocca che la diceva tutta su

quanto si fosse dannatamente divertita.

 

Lavinia Vacca

Lo Spoyl System: moderna guerra di oppressione. (Elio Galiano)

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Spoils SystemDopo tanti secoli il potere dovuto per nascita o per ricchezza starebbe sostituendosi a quello dovuto all’intelligenza.

Le varie Dichiarazioni dei Diritti Universali ed Europei sanciscono che la posizione sociale  deve essere acquisita grazie alle capacità individuali.

 

Non ci sono stati pensatori che non abbiano riconosciuto il valore del merito.

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