La pernacchia
La pernacchia deve essere esplosiva,
dolorosa come stilo in carne viva,
con alta tonalità e senza stonatura
e tanto irrisoria da fare paura;
senza intervalli e di media durata
e tanto offensiva a chi è destinata,
come il pernacchio di Edoardo (1)
che mise alla gogna chi menava lardo.
Bossi fa pure la sua pernacchia,
con la sua voce roca e gracchia.
Non si percepisce neanche da vicino,
perché flebile come vagito di bambino.
Con mano trepida su muscolo facciale
ripete imperterrito il gesto teatrale.
Per Platone, filosofo dell’antichità,
la politica coltiva giustizia e verità,
temperanza, conoscenza e sincerità,
mentre disprezza la cupidigia e la vanità.
Da ciò discendono del politico le qualità:
la prima delle quali è la responsabilità.
Egli non deve il potere accentrare,
ma sapere coordinare e comunicare;
non deve essere di costumi corruttore,
ma modello di onestà ed educatore.
Né imbastire intrighi o essere opportunista,
ma diventare con gli atti uno statista.
Deve mirare al futuro delle persone
e saperli coinvolgerli nella partecipazione.
Bossi celtico, servendosi di un popolo bue,
chiuso nel particolare, pensa alle cose sue.
Con gesti volgari la gente ammalia
e sogna da stupido di dividere l’Italia.
Dispone solo di furbizia e di tranelli
e spera di ridurre l’unità a brandelli.
E’ solo rifiuto della vecchia tradizione
che congiura contro lo sviluppo della Nazione.
Pasquino, gennaio 2012
(1) Edoardo De Filippo nel “Il Cortile”












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