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La Zecca Sveva di Brindisi - Introduzione

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Tarì D
Tarì R
Chiesa di San Paolo - Brindisi

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M
olto si è discusso sull’apertura della zecca di Brindisi in epoca medievale, ma la scarsità delle fonti storiche a riguardo e le varie tesi dei nummologi, spesso contrastanti, hanno lasciato molte incertezze a riguardo.

 

Tralasciando per ora le varie ipotesi che ritengono che Brindisi abbia battuto moneta sporadicamente già sotto i Normanni, essendo un discorso complesso che necessita di un approfondimento successivo , vorrei presentare un breve quadro delle coniazioni sveve della zecca di Brindisi.

Il primo documento che attesta l’esistenza di questa zecca risale al 1215 in cui Federico II concedeva all’Ordine dei Cavalieri Teutonici parte della domus Margariti (che era stata proprietà del celebre Margarito da Brindisi) tranne il Telonio ( la Banca dello Stato) e la Moneta ( la Zecca).

L’edificio venne poi donato nel 1284 ai Francescani e attualmente è identificabile con la Chiesa di San Paolo.

Non vi sono quindi documenti ufficiali che indicano che Brindisi fu attiva già sotto Enrico VI ma è concordemente accettata la possibilità  dell’attività della zecca in questo periodo.

Con Enrico si fermò la produzione di monete in rame  , ma vennero coniate solo in oro e mistura.

La moneta in oro era il Tarì , di cui furono conianti anche dei multipli.

Il Tarì , o come veniva chiamato all’epoca Tarenus , deriva dall’arabo tarī

che significa “fresco” (di conio).

 

D/ Globetto entro doppio cerchio lineare , legenda cufica (ENRICO CESARE AUGUSTO)

R/ Croce su lunga asta , IC XC NI KA

Rif. Spahr 4

Questa moneta che aveva appunto origini arabe venne introdotta in Italia durante la dominazione araba della Sicilia e poi adottata anche dai Normanni , i quali (da Ruggero II in poi) ne modificarono la leggenda inserendo il motto cristiano IC XC NIKA (Gesù Cristo Vincerà).

Purtroppo non vi sono documenti dell’epoca che ci indicano quali sono i segni distintivi delle zecche di Brindisi e Messina circa le produzioni dei tari, quindi ritengo sensato seguire la scelta effettuata dal CNI  (Corpus Nummorum Italicorum) e di non presentare con un attribuzione

certa alla zecca di Brindisi di questa moneta d’oro, malgrado alcuni numismatici lo facciano.

Preferisco invece inserire le schede di alcuni denari ,  che con buona probabilità furono emessi nella nostra zecca , la quale effettivamente in epoca federiciana era chiamata ‘’sicle denariorum’’.


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