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La polemica di questi ultimi giorni e ... li piparuli ti la zzà Betta e Alfonzu!

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La chiazza cupertaUna sottile e interessante polemica è in corso in questi giorni tra le forze di opposizione e l’opinionista Nonscalfari di una testata on-line. E le note da un certo punto di vista spigolose, dall’altro velate con una certa diplomazia non contribuiranno certo a rasserenare il clima.

Una accusa all’uso della forma anonima e termini peculiari come “nom de plume”, eteronimi, letteratura!

Ieri mattina, ho chiesto ad alcuni addetti ai lavori e addentro le questioni della stampa chi fosse l’Eugenio di turno e non ho avuto risposta. L’unica cosa che mi è stata detta era quella che la mano era certamente di un adulto e poi ... nulla più.

Ma nel primo pomeriggio ho riletto l’articolo ed ho intravisto ... la firma in alcune espressioni che mostravano un entroterra culturale e politico chiaro, preciso, determinato.

Sulle posizioni delle due parti non ci sarà cedimento e magari le stilettate nel futuro si riproporranno, ma sarà sempre la stessa dinamica perché ad una richiesta di chiarimenti ci sarà una risposta, che alla fine percorrerà altre strade!

Stamu propria alla chiazza cuperta alli tiempi ti Betta e ti Alfonzu ti Betta!

E per accontentare l’amico Emanuele Castrignanò ecco l’occasione per ricordare due autentici personaggi e protagonisti ti la chiazza: Betta e Alfonzu ti Betta.

Era una coppia leggendaria ti chiazzaruli che vendevano prodotti genuini racimolati giorno per giorno dai contadini rivenduti poi a prezzi onesti e competitivi.

A quei tempi non c’era il caffè break,ed al massimo nelle giornate fredde e con le mani quasi congelate vi era qualche sorso di anice o qualche mistura di orzo (al posto del caffè) magari “corretto” sempre con anice, raramente con anisetta al bar ti Cici Bardaru.

Ed Alfonzu, naso tipico alla greca, volto tempestato dai segni della varicella, voce non certo chiara anzi di quelle che un tempo venivano chiamate prodotte cu la zzeppulla mmocca, si accompagnava una tantum con il bicchierino di anice e subito dopo diventava scherzoso, ironico e personaggio ricco di battute.

Ma i due avevano un carattere abbastanza spigoloso soprattutto nel loro contrapporsi.

Così ad una richiesta di Betta, Alfonzu generalmente rispondeva con parole inconcludenti e che nulla avevano a che vedere con la stessa richiesta della consorte.

Ed un giorno Betta nel chiedere: Alfo’ a quantu ama vendiri li pipaluri ‘stamatina, ottenne da Alfonzu una tale risposta: cretu alla pagghiara! che nulla aveva a che vedere con la domanda di Betta stessa!

Due presenze in Mesagne, diverse per aspetto e comportamento, due modi di intendere la vita pur presenti nella stessa famiglia e nella stessa comunità locale, probabilmente mutatis mutandis da assimilare ai due protagonisti (ovviamente in senso figurato) della polemica perché a nota c’è contronota ma con modi di interpretare la politica, intendimenti, obiettivi e direzione totalmente diversi.

Il viandante azzurro

 

La foto è stata presa da Facebook ed è nella collezione Ricagni.

Umberto Bossi e La Lega Nord ... di Leonardo Citta

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Umberto BossiE’ da qualche giorno che le cronache politico-giudiziarie hanno prepotentemente portato alla ribalta il caso di malversazione leghista.

Proprio quella Lega, che da oltre vent’anni denunciava, magari con molta ragione e con altrettanto qualunquismo populista, “ROMA LADRONA” è improvvisamente, ma non certo inaspettatamente, diventata  “LEGA LADRONA”  pure lei.

La Lega è ladrona di denaro pubblico, proveniente dal rimborso dovuto ai partiti per spese elettorali pagate dai cittadini, ma, ahimè, ma al 90% non sostenute. Parte di questo denaro, come è stato documentato dai media e dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche  è finito nelle casse della famiglia Bossi (ristrutturazione della villa di Gemonio, elargizioni ripetute alla Scuola retta dalla sua seconda moglie, spese scolastiche ed acquisto dei titoli per i quattro figli , una porsche fiammante per il figlio ed altre auto disponibili per parenti, compagne , etc.),  dei suoi accoliti, come l’on. Giusi Mauro, pasionaria brindisina della lega, Roberto Calderoli, Stefano Bonet, etc.

Il motivo però di questo  mio insolito intervento è la meraviglia e l’indignazione che hanno suscitato alcune dichiarazioni di queste ultime ore, anche dopo le dimissioni di Bossi da Segretario del Partito  nella serata del 5/4 u.s.

Intanto  U. Bossi (con qualcuno dei figli)  ha detto di essere all’oscuro di questi flussi di denaro, prendendosi, al massimo, la responsabilità di aver permesso ai figli l’ingresso in politica.

Grossi esponenti leghisti (Maroni, Calderoli, Salvini, Gallo, etc.) e non (Berlusconi, Formigoni, Mantovano, etc.) hanno dichiarato come positivo il gesto di dimissioni da parte di un uomo carismatico come il fondatore  e capo indiscusso della Lega.

Ma lo stesso Bossi,ad un giornalista de LA7, che presso la sua villa di Gemonio cercava di intervistarlo chiedendo dove erano andati a finire i soldi sottratti al Partito, rispondeva con un volgare minaccioso “vieni dentro che ti faccio vedere”  e un “vaffanculo”                                                                                                         Invero numerosi atteggiamenti, sul piano comportamentale, sono stati giustificati dai suoi sodali con la malattia del 2004, che ha fiaccato le capacità intellettive e di controllo del leader.

Se però dovessimo condividere questa forma di comprensione umana,  la questione diventerebbe  ancor più seria e preoccupante, dal momento che l’on. Umberto Bossi, sino al Novembre 2011,  era un Ministro della Repubblica italiana. E’ possibile accettare il concetto che uno dei maggiori  responsabili diretti della cosa pubblica non sia nel pieno delle sue facoltà?

Sono evidenziati, in queste ore, i meriti storici di Bossi, fondatore di un movimento divenuto Partito di lotta ed innovatore dal punto di vita federalista ispirato alle teorie di Carlo Cattaneo (1801 – 1869).                                                                           Come è lontano Bossi (e il suo mentore Gianfranco Miglio) da Cattaneo, il quale aveva  teorizzato un pensiero federalista liberale e laico, teso a sviluppare la “tolleranza”,  derivante dal confronto e dallo scambio delle intelligenze dei singoli.  E questo collant doveva servire a porre in essere sia un’unificazione italiana  degli Stati (siamo agli albori del Risorgimento italiano nella seconda metà del XIX secolo), sia una federazione degli Stati europei.                                                                                      Altro che secessione, chiusura delle frontiere, dazi doganali, miti celtici, bandiere nazionali come carta igienica, spirito di patria ripudiato e conseguenti tensioni e lotte!!!

Ed un’ultima nota.

Sempre lo stesso Umberto Bossi, quand’era al massimo della forma fisica e mentale, non mi pare sia stato sempre estraneo a qualsivoglia forma di malversazione,  se è vero, come è vero, che il 21 gennaio 1998 ha subito una condanna definitiva, dopo tre gradi di giudizio, ad otto mesi di reclusione nell’ambito del processo delle tangenti Enimont di Fausto Gardini.

Data la recidività  ci risulta veramente difficile ora santificarlo.

Leonardo  Citta

L'Italia come la "Concordia": che fare? di Angelo Guarini

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PalmaLa situazione in cui versa l’Italia può essere sintetizzata attraverso una parabola ed una allegoria.

La parabola: la vicenda della nave Concordia, inclinata su un lato ed incagliata sugli scogli.

L’analogia è davvero impressionante: un grande Paese (paragonabile al transatlantico) inclinato su un fianco, che non affonda perché poggiato sugli scogli (l’euro e l’Unione Europea) e che lentamente arrugginisce.

L’allegoria: se è vero che una stucchevole pubblicità enfatizza come “parassita sociale” l’evasore fiscale, è altrettanto vero che in Italia vi è una massa impressionante di altri “parassiti sociali”, talmente noti ed evidenti agli occhi di tutti che è superfluo citarli.

L’Italia mi appare come la foto 1 (v. all.), cioè come una palma in gravi condizioni per l’attacco dei parassiti (il tristemente famoso punteruolo), destinata in poco tempo a diventare come la foto 2 (v.all.), cioè un organismo ormai ucciso dai parassiti.

Circa le cause di questo stato di cose, ormai molto è stato scritto e detto: sappiamo che il costo complessivo della politica e delle Istituzioni è a dir poco esorbitante ed è una  delle cause principali dell’esplosione del debito pubblico.

E’ stato ampiamente dimostrato che più di mille parlamentari avevano un senso nel 1948, quando lo Stato Repubblicano era fortemente accentrato e non decentrato, come oggi.

Qualora ce ne fosse bisogno per dimostrare che questo numero andrebbe di molto ridimensionato, basti evidenziare che i parlamentari europei sono 850 a fronte di 27 Stati e che negli USA sono 100 senatori e 300 deputati a fronte di 50 Stati.

Sull’assetto pletorico delle strutture organizzative – e con riflessi esponenziali sui costi – di Presidenza della Repubblica, Camera e Senato è superfluo soffermarsi dal momento che si tratta di temi più volte evidenziati, senza alcun intervento correttivo al di là degli effetti-annuncio…

Fra Regioni e Province si stima un costo complessivo superiore ai 300 miliardi di euro annui.

Al di là dei costi, oggettivamente assurdi, quello che lascia davvero sconvolti è il rapporto costi/benefici, che vede una sproporzione abissale e perciò insostenibile.

Così come sono intollerabili, a fronte dei sacrifici giustamente imposti alla popolazione, la persistenza di vari privilegi a favore di varie “caste”, in primis quella politica.

La situazione è ormai giunta a livello di guardia, o probabilmente lo ha già superato.

Basti leggere l’articolo di fondo pubblicato sul Corriere delle Sera del 10 aprile 2012, del Prof. Angelo Panebianco, a mio avviso oggi uno dei più grandi ed acuti politologi italiani.

Premesso che a parere di chi scrive il sistema politico-istituzionale italiano è caratterizzato da una tale confusione e sovrapposizione di ruoli e poteri da poter essere definito una “democrazia anarcoide” (in cui sostantivo e aggettivo si annullano a vicenda), ho preso atto che il Prof. Panebianco avverte scricchiolii sempre più numerosi circa il rischio della stessa democrazia nel nostro Paese.

L’autore evidenzia l’inadeguatezza delle risposte della classe politica su vari temi, non ultimo quello del finanziamento pubblico ai partiti, per cui auspica una rivoluzione, cioè il coraggio di rinunciare ai soldi pubblici e di puntare sui finanziamenti privati.

Diversamente, la “democrazia potrebbe in breve tempo vacillare sotto l’urto di ondate di protesta sempre più impetuose e pericolose”.

Come uscire dall’attuale empasse o come disincagliare la Concordia?

Lungi da me la presunzione di avere la ricetta magica: per quanto concerne la politica credo che in assenza di “miracoli”, quali la rinuncia rapida e netta a tutta una seria di ridondanze, privilegi, o, eufemisticamente, anomalie, sia già partito un processo inarrestabile di implosione o entropia.

Per quanto concerne l’economia, si parla da tanto tempo di crescita o di necessità di attivare politiche di crescita, senza alcuna misura concreta.

Personalmente sono convinto che, essendo tuttora l’Italia un Paese manifatturiero, occorra mettere l’impresa al centro delle politiche economiche.

Oggi siamo su questo tema pieni di rigidità e di totem che vanno assolutamente abbattuti.

Alcuni esempi: non condivido il ragionamento di chi ritiene che per quanto concerne le aziende manifatturiere, non possiamo competere con i Paesi extra Europei, per cui il decentramento produttivo verso questi ultimi è ineluttabile.

Sono certo che, se con un colpo di bacchetta magica, il costo del lavoro fosse ridotto in misura significativa, diciamo del 30%, l’emorragia rappresentata da aziende che chiudono e si localizzano all’estero si attenuerebbe di molto.

Anche quando si parla di attrazione di investimenti esteri, al di là di “cortine fumogene” e di tante meravigliose chiacchere, il messaggio che diamo è del tipo “prendere o lasciare”, cioè fermi restando i nostri punti di forza (posizione geografica, professionalità delle maestranze, qualità della vita, turismo, cultura ed enogastronomia) restano immutati nel tempo e nello spazio i punti di debolezza: costo del lavoro e dell’energia scarsamente competitivi, carichi fiscali abnormi, incertezze burocratiche per le autorizzazioni, cronologia della giustizia civile indefinita… e scusate se è poco! Se poi aggiungiamo anche altri problemi, quale la difficoltà dell’accesso al credito da parte delle aziende ed i ritardi insostenibili dei pagamenti dalle Pubbliche Amministrazioni, lo scenario diventa ancora più negativo.

In questo contesto, pensare che basti aver pseudo-modificato l’art. 18 per far si che le aziende assumano è fuori dalla realtà.

Sono convinto che occorra, costi quel che costi, perseguire una politica di par condicio rispetto alle imprese che nell’area euro operano in Paesi che sono nostri competitors: Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio e Olanda. In altri termini, se non mettiamo le nostre aziende in situazione di parità rispetto alle aziende dei Paesi sopracitati (circa il costo complessivo del lavoro, dell’energia, i tempi certi delle autorizzazioni per gli investimenti) pensare alla crescita è velleitario.

Allo stesso modo, non riesco a capire come Paesi molto più poveri dell’Italia, come quelli dell’Est e del Nord Africa per attrarre investimenti esteri offrano condizioni vantaggiose, quali esenzione contributiva e fiscale per un periodo fra i 5 e gli 8 anni ed autorizzazioni fra 3/6 mesi!!

E’ necessario, per non arrivare ad un punto di irreversibilità della crisi, anche uno sforzo di fantasia, senza subire passivamente la palla al piede rappresentata dal debito pubblico.

Del resto - a ben vedere - vi sono due enormi giacimenti ai quali attingere: uno, sul quale si sta lavorando efficacemente, è rappresentato dall’evasione fiscale; l’altro ancora più ingente rappresentato dai tagli al parassitismo da attuare a qualsiasi costo.

 

Angelo Guarini

 

Angelo Guarini ricopre la carica di "Direttore" di Confindustria Brindisi. L'articolo pubblicato vuole essere un semplice contributo da cittadino.

La scuola officina di uomini (di Elio Galiano)

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Elio GalianoLa scuola di base e la stessa scuola superiore sono corpi enormi, alle indubbie aggressioni del ministro possono resistere.  Due tre anni di Moratti (oggi Gelmini) fanno danno, ma il danno se non si prolunga oltre, si può riparare. I centri di ricerca e le università sono organismi delicati, sono come le cellule cerebrali: se si atrofizzano, muoiono e non si ricostituiscono. Cinque anni di questi ministri di centro-destra annientano due tre generazioni di ricercatori. La politica di costoro è dissennata. Ovvero ha un senso, che è quello di depauperare l’intelligenza del paese.

Non credo che riusciamo a convincerli del danno che stanno facendo

Tullio De Mauro “ La cultura degli Italiani”

Editori Laterza 2004

 

La nota sferzante e di grande attualità di T. De Mauro, che nel citato volume con un’analisi ben documentata ed appassionata descrive lo stato della scuola e dell’università, mettendo in risalto i generosi tentativi per riformarla e i boicottaggi e le indifferenze da parte delle forze conservatrici e gli interventi tiepidi della sinistra richiamano la dissennata cialtroneria del più grande ignorante Presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto, quando afferma che la scuola pubblica diseduca.

In primo luogo occorre ricordare al “quondam” che alcuni insegnanti delle scuole superiori durante il regime fascista riuscivano, ricorrendo all’esposizione di scrittori della civiltà greca e romana, a diffondere il valore della libertà e dei valori connessi. Quegli insegnanti ebbero il merito di preparare le nuove generazioni per il riscatto dell’Italia dopo la “notte fascista”.

Il sottoscritto e altri meglio di me, pur prigionieri dei programmi ministeriali di memoria gentiliana, attraverso l’insegnamento della storia e della filosofia e soprattutto attraverso lo studio sistematico della Costituzione  italiana,  hanno inculcato negli animi degli studenti (e se questo è indottrinamento ben venga) i valori della libertà, del rispetto della dignità, dell’autonomia del pensiero, della solidarietà, del  senso dello Stato, della laicità.

Mi risulta che tutti i miei ex alunni nella loro vita privata, pubblica o professionale non hanno mai sottovalutato i valori interiorizzati a scuola.

Dalla notazione soggettiva alla considerazione storica. La prima cosa a cui mettono mano le Nazioni che vogliono uscire dalla crisi è la scuola.  Valga per tutti ciò che accadde negli Stati Uniti d’America, quando sorpresi della capacità formativa della scuola sovietica, subito dopo il lancio dello Sputnik, riformarono i programmi della scuola senza esitazioni  e cominciarono a sfornare ingegneri e tecnici di alta qualità e professionalità, che sono stati gli attori del primato tecnologico del paese. Nell’antichità basta citare l’Accademia di Platone e il Liceo di Aristotele che  prepararono le  future generazioni ala metodologia della ricerca.

Oggi in Italia assistiamo, invece, ancora allo scontro ideologico, quando si mette mano alla riforma della scuola.

Oggi Il Ministro della Pubblica Istruzione, sfornita di spessore culturale e d’esperienza nel campo della scuola, ha cercato di riformare la scuola e l'università senza il concorso degli insegnanti e dei professori universitari e senza tener conto di tutta la ricerca e degli studi che si sono fatti dopo il fascismo.

T. De Mauro nel testo sopraccitato illustra i vari tentativi e le vari proposte per l’acculturazione degli adulti, tutti abortiti,

Ebbene nella mia vita socializzo con tante persone non acculturate, prigionieri della loro pochezza culturale che predispone al pensiero convergente, ai pregiudizi, a servirsi di luoghi comuni. A queste persone si fa un grandissimo torto, lasciandoli inchiodati al loro piccolo “villaggio “ culturale.  Essi non hanno la possibilità di potenziale il loro spirito con l’arte, con la scienza e con la filosofia. La cultura, non solo la cultura umanistica, affina la sensibilità, è il motore dell’intelligenza e allarga gli orizzonti della vita. Questo Governo  si è dimostrato poco predisposto nei riguardi della cultura. Ne sono testimonianza i tagli massicci al mondo della cultura.

Voglio chiudere con una nota di speranza.

I giovani, che aprivano nell’ultimo periodo i cortei di protesta,  erano “armati” di scudi di cartone, su cui erano impressi i titoli di alcuni classici della cultura. Tale manifestazione, originale, gioiosa non si è mai registrata in tutti i cortei di protesta del passato, prossimo o remoto.

Tali scudi fronteggiavano quelli della repressione della Forze dell’Ordine, sorpresi anche loro e gridavano un messaggio: la cultura, sorgente e difesa dei diritti umani, può essere sì oscurata momentaneamente dalle forse della repressione, dell’ignoranza, dell’indifferenza che caratterizzano il Governo odierno, ma con le “sue nude mani “ è sempre vincente.

Un esempio illuminante. La cultura illuministica accese la fiaccola della libertà della Rivoluzione Francese, che travolse gli assolutismi, i privilegi e i pregiudizi secolari.

Grazie Giovani!

La vostra pacifica ed immaginifica protesta potrà seppellire gli arroganti, i prepotenti, i mistificatori, gli imbroglioni, i cinici, i bancarottieri e i cortigiani, presenti anche nel nostro Parlamento a difesa del Sultano.

 

Marzo 2011-03-03

Elio Galiano

 

Politica del tarlo su scuola e sanità. Un puntuale approfondimento di Elio Galiano.

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Scuola Media Maja MaterdonaIl tarlo è un insetto che si nutre, mangiando le fibre del legno dei mobili. I danni provocati dal tarlo hanno una duplice rilevanza: la diminuzione della resistenza meccanica del mobile causata dalla gallerie scavate dalla larve e l’alterazione dell’aspetto estetico. Purtroppo la rilevazione della presenza dei tarli nel mobile si manifesta solo quando i danni sono rilevanti e l’unico rimedio, il più delle volte, è bruciare ciò che resta del manufatto.

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