La situazione in cui versa l’Italia può essere sintetizzata attraverso una parabola ed una allegoria.
La parabola: la vicenda della nave Concordia, inclinata su un lato ed incagliata sugli scogli.
L’analogia è davvero impressionante: un grande Paese (paragonabile al transatlantico) inclinato su un fianco, che non affonda perché poggiato sugli scogli (l’euro e l’Unione Europea) e che lentamente arrugginisce.
L’allegoria: se è vero che una stucchevole pubblicità enfatizza come “parassita sociale” l’evasore fiscale, è altrettanto vero che in Italia vi è una massa impressionante di altri “parassiti sociali”, talmente noti ed evidenti agli occhi di tutti che è superfluo citarli.
L’Italia mi appare come la foto 1 (v. all.), cioè come una palma in gravi condizioni per l’attacco dei parassiti (il tristemente famoso punteruolo), destinata in poco tempo a diventare come la foto 2 (v.all.), cioè un organismo ormai ucciso dai parassiti.
Circa le cause di questo stato di cose, ormai molto è stato scritto e detto: sappiamo che il costo complessivo della politica e delle Istituzioni è a dir poco esorbitante ed è una delle cause principali dell’esplosione del debito pubblico.
E’ stato ampiamente dimostrato che più di mille parlamentari avevano un senso nel 1948, quando lo Stato Repubblicano era fortemente accentrato e non decentrato, come oggi.
Qualora ce ne fosse bisogno per dimostrare che questo numero andrebbe di molto ridimensionato, basti evidenziare che i parlamentari europei sono 850 a fronte di 27 Stati e che negli USA sono 100 senatori e 300 deputati a fronte di 50 Stati.
Sull’assetto pletorico delle strutture organizzative – e con riflessi esponenziali sui costi – di Presidenza della Repubblica, Camera e Senato è superfluo soffermarsi dal momento che si tratta di temi più volte evidenziati, senza alcun intervento correttivo al di là degli effetti-annuncio…
Fra Regioni e Province si stima un costo complessivo superiore ai 300 miliardi di euro annui.
Al di là dei costi, oggettivamente assurdi, quello che lascia davvero sconvolti è il rapporto costi/benefici, che vede una sproporzione abissale e perciò insostenibile.
Così come sono intollerabili, a fronte dei sacrifici giustamente imposti alla popolazione, la persistenza di vari privilegi a favore di varie “caste”, in primis quella politica.
La situazione è ormai giunta a livello di guardia, o probabilmente lo ha già superato.
Basti leggere l’articolo di fondo pubblicato sul Corriere delle Sera del 10 aprile 2012, del Prof. Angelo Panebianco, a mio avviso oggi uno dei più grandi ed acuti politologi italiani.
Premesso che a parere di chi scrive il sistema politico-istituzionale italiano è caratterizzato da una tale confusione e sovrapposizione di ruoli e poteri da poter essere definito una “democrazia anarcoide” (in cui sostantivo e aggettivo si annullano a vicenda), ho preso atto che il Prof. Panebianco avverte scricchiolii sempre più numerosi circa il rischio della stessa democrazia nel nostro Paese.
L’autore evidenzia l’inadeguatezza delle risposte della classe politica su vari temi, non ultimo quello del finanziamento pubblico ai partiti, per cui auspica una rivoluzione, cioè il coraggio di rinunciare ai soldi pubblici e di puntare sui finanziamenti privati.
Diversamente, la “democrazia potrebbe in breve tempo vacillare sotto l’urto di ondate di protesta sempre più impetuose e pericolose”.
Come uscire dall’attuale empasse o come disincagliare la Concordia?
Lungi da me la presunzione di avere la ricetta magica: per quanto concerne la politica credo che in assenza di “miracoli”, quali la rinuncia rapida e netta a tutta una seria di ridondanze, privilegi, o, eufemisticamente, anomalie, sia già partito un processo inarrestabile di implosione o entropia.
Per quanto concerne l’economia, si parla da tanto tempo di crescita o di necessità di attivare politiche di crescita, senza alcuna misura concreta.
Personalmente sono convinto che, essendo tuttora l’Italia un Paese manifatturiero, occorra mettere l’impresa al centro delle politiche economiche.
Oggi siamo su questo tema pieni di rigidità e di totem che vanno assolutamente abbattuti.
Alcuni esempi: non condivido il ragionamento di chi ritiene che per quanto concerne le aziende manifatturiere, non possiamo competere con i Paesi extra Europei, per cui il decentramento produttivo verso questi ultimi è ineluttabile.
Sono certo che, se con un colpo di bacchetta magica, il costo del lavoro fosse ridotto in misura significativa, diciamo del 30%, l’emorragia rappresentata da aziende che chiudono e si localizzano all’estero si attenuerebbe di molto.
Anche quando si parla di attrazione di investimenti esteri, al di là di “cortine fumogene” e di tante meravigliose chiacchere, il messaggio che diamo è del tipo “prendere o lasciare”, cioè fermi restando i nostri punti di forza (posizione geografica, professionalità delle maestranze, qualità della vita, turismo, cultura ed enogastronomia) restano immutati nel tempo e nello spazio i punti di debolezza: costo del lavoro e dell’energia scarsamente competitivi, carichi fiscali abnormi, incertezze burocratiche per le autorizzazioni, cronologia della giustizia civile indefinita… e scusate se è poco! Se poi aggiungiamo anche altri problemi, quale la difficoltà dell’accesso al credito da parte delle aziende ed i ritardi insostenibili dei pagamenti dalle Pubbliche Amministrazioni, lo scenario diventa ancora più negativo.
In questo contesto, pensare che basti aver pseudo-modificato l’art. 18 per far si che le aziende assumano è fuori dalla realtà.
Sono convinto che occorra, costi quel che costi, perseguire una politica di par condicio rispetto alle imprese che nell’area euro operano in Paesi che sono nostri competitors: Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio e Olanda. In altri termini, se non mettiamo le nostre aziende in situazione di parità rispetto alle aziende dei Paesi sopracitati (circa il costo complessivo del lavoro, dell’energia, i tempi certi delle autorizzazioni per gli investimenti) pensare alla crescita è velleitario.
Allo stesso modo, non riesco a capire come Paesi molto più poveri dell’Italia, come quelli dell’Est e del Nord Africa per attrarre investimenti esteri offrano condizioni vantaggiose, quali esenzione contributiva e fiscale per un periodo fra i 5 e gli 8 anni ed autorizzazioni fra 3/6 mesi!!
E’ necessario, per non arrivare ad un punto di irreversibilità della crisi, anche uno sforzo di fantasia, senza subire passivamente la palla al piede rappresentata dal debito pubblico.
Del resto - a ben vedere - vi sono due enormi giacimenti ai quali attingere: uno, sul quale si sta lavorando efficacemente, è rappresentato dall’evasione fiscale; l’altro ancora più ingente rappresentato dai tagli al parassitismo da attuare a qualsiasi costo.
Angelo Guarini
Angelo Guarini ricopre la carica di "Direttore" di Confindustria Brindisi. L'articolo pubblicato vuole essere un semplice contributo da cittadino.